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il cordoglio 

«Mao, compagno e homo faber Che onore averlo conosciuto»

Gli amici del circolo anarchico hanno subissato il web di messaggi per Franco Belloni il 76enne morto per un mesotelioma

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reggio emilia. È da fissare la data del funerale di Franco Belloni detto “Mao”, 76 anni, elettricista, anarchico e punto di riferimento per l’ambiente artistico, spentosi sabato sera a Villa verde. È probabile che le esequie si svolgeranno entro la settimana con rito civile: dal cimitero di Coviolo il feretro andrà direttamente al forno crematorio. La tempistica però è destinata a slittare per un probabile accertamento diagnostico: “Mao” è deceduto per mesotelioma, un tumore ai polmoni derivante dall’esposizione all’amianto. Una malattia che il 76enne ha contratto negli anni giovanili, quando faceva l’operaio in una fabbrica di Milano; malattia che si è manifestata solo negli ultimi mesi con un rapido decorso.

“Mao” è stato una figura di riferimento, in città, sia per la Federazione anarchica italiana (Belloni ha frequentato il circolo reggiano di via Don Minzoni per 25 anni), sia per il mondo artistico, in quanto tuttofare in prima fila negli allestimenti e ispiratore degli ultimi esponenti del movimento Fluxus. Belloni lascia nel dolore la moglie e la figlia Barbara.

Tantissimi, ieri, i ricordi di Mao arrivati da amici ed estimatori. Giorgio Chiessi e Marzia Prandi lo hanno ricordato così: «È morto Mao, elettricista, anarchico libertario e francescano, artista ad honorem. Segni particolari: dolcezza e leggerezza. Chissà perché quel nomignolo, che gli è rimasto appiccicato pervicacemente. Se proprio vogliamo trovare qualcosa in comune con il “grande timoniere” bisogna richiamare l’infinita pazienza, imprescindibile virtù dei veri rivoluzionari. Allergico al potere, che si può solo mettere in difficoltà con l’ironia e la semplicità di cui era maestro, mai nervoso, sempre disponibile a mettere in campo le sue molte qualità del pensare e del fare».

Un altro amico, Lorenzo: «Franco lo conobbi nel 2006 quando mi avvicinai all’anarchismo reggiano. Apparteneva a quella generazione che aveva iniziato a fare politica, intesa come controcultura, prima del 1968. Franco non ebbe una vita facile: l’infanzia segnata dalla guerra, cresciuto in un istituto, operaio alla Sit-Siemens di Milano dopo essersi trasferito da Reggio Emilia e poi montatore di impianti elettrici industriali trasfertista. Ma la sua vita se la visse con gioia, con un’insopprimibile voglia di libertà, di socialità. Un homo faber nel significato più alto del termine, che sarà sempre nei ricordi miei e degli altri compagni che hanno avuto l’onore di conoscerlo». —

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