«Clan orizzontale con due comparti e famiglie leader»
L’unitarietà della ’ndrangheta. Così viene descritta – nella sentenza – l’associazione mafiosa «suddivisa in entità territoriali chiamate “locali”, le quali godono di autonomia decisionale e affaristica, rimanendo legate quantomeno per l’assunzione di decisioni di focale importanza o per la risoluzione di conflitti intestini e per una generale attività di coordinamento, ad un organismo di tipo provinciale, la “Provincia” o “Crimine”, o quando assente tale organismo, alla cosiddetta “casa madre” presente in Calabria». Poi l’analisi della cosca emiliana, con epicentro a Reggio Emilia, ricostruita attraverso i pentiti ritenuti credibili: «Organizzazione a struttura orizzontale e non verticistica – si legge – fondata su legami parentali e su un modello di società prevalentemente patriarcale. Con alcune famiglie egemoni tra loro collegate e cooperanti, alle quali fanno riferimento alcuni gruppi minori o singoli affiliati». E si indica una specifica prova: «Il modello disegnato da Antonio Valerio appare illuminante». Vengono poi indicati due comparti, la società maggiore e minore « a loro volta costituite idealmente da una serie di gradi acquisiti nel corso della carriera criminale di ogni ’ndranghetista».
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