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il vice preside della facoltà 

«Eliminare il numero chiuso? Non è la soluzione migliore»

Am.P.

Il professor Andrea Cossarizza  «La prova si può migliorare L’aspetto positivo? Chi passa è motivato, non abbandona e ha il lavoro assicurato»

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reggio emilia. «Pochi posti per Medicina e chirurgia? Sono aumentati di una ventina, rispetto all’anno scorso. Purtroppo dobbiamo attenerci delle indicazioni del Miur (Ministero dell’istruzione, Università e Ricerca), che li indica anno per anno tramite apposito decreto». Il professor Andrea Bassarizza, vice preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Unimore, ieri ha presieduto la prova.

Ogni anno monta la polemica: mancano i medici (specialisti e di base), eppure i posti disponibili sono risicati. Perché?

«Il problema è abbastanza grave. Un problema nazionale che affonda le radici, a mio avviso, nella mancata programmazione degli anni scorsi e nelle risorse fornite agli atenei, non eccezionali. Per paradosso, se noi accettassimo il doppio di studenti di medicina dovremmo raddoppiare aule, docenti, corsi; e quando per loro arriverà il momento, il terzo anno, di frequentare i reparti degli ospedali sarebbe problematico. Non so immaginare come farà Ferrara, che quest’anno ha accettato 602 studenti».

Secondo lei il numero aperto a medicina non è una soluzione?

«Occorre mantenere un equilibrio tra numero di studenti e docenti e tra questi ultimi e le strutture sanitarie. Unimore ha un ottimo supporto tra Policlinico, Baggiovara e Santa Maria, ma non si possono invadere le corsie d’ospedale. Il nodo di innalzare il numero di dottori esiste da anni, eppure nessuno lo ha affrontato a livello nazionale. E i pensionamenti repentini hanno peggiorato il quadro».

Al refrain che il test di medicina è troppo difficile cosa risponde?

«Entrano solo i più bravi. È chiaro che è un test impegnativo. Bisogna avere una buona cultura generale e una preparazione di base di biologia, fisica, matematica: è sicuramente avvantaggiato chi proviene dal liceo scientifico e, magari, si è preparato sui vari test consigliati. È una prova perfettibile: il test d’ammissione così com’è a molti non piace, me compreso».

Qual è il suo test ideale, se non vi fossero vincoli?

«Sarebbe bello integrarlo con un colloquio, per tenere conto della psicologia e delle qualità umane dello studente, che non vengono intercettate in alcun modo da un test. Ma mi rendo conto che è poco praticabile. L’aspetto positivo è che una laurea in medicina è un assegno in bianco: il lavoro è assicurato. E la mortalità è ridotta al minimo: sono pochi gli studenti che si perdono per strada, proprio perché la selezione di partenza è più severa e chi entra è più motivato».

A chi ha fallito il test cosa consiglia?

«Di riprovarci, di non abbattersi. Con una raccomandazione: se volete ritentare l’anno prossimo e nel frattempo scegliete un’altra facoltà, meglio una facoltà attinente, come biologia e biotecnologie. Meno comprensibile chi sceglie lettere». —

Am.P.

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