«I laici per curare le chiese senza parroci»
La proposta del vescovo Camisasca di fronte alla crisi delle vocazioni sacerdotali: «Ma non saranno dei “piccoli preti”»
REGGIO EMILIA. «Ed ecco la mia proposta, il mio sogno: là dove è possibile, ogni piccola comunità radunata attorno a una chiesa che non può essere servita dalla presenza stabile di un presbitero (almeno per la messa domenicale), possa trovare in un uomo o una donna laici, in una persona consacrata o in un diacono permanente, oppure in lettori, accoliti o ministri straordinari della Santa Comunione, un punto di riferimento stabile, in continuo e fedele riferimento al Moderatore di Unità Pastorale, per la cura di quella comunità». È l’annuncio del vescovo, Massimo Camisasca, nell’omelia del Pontificale nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria, inaugurando l’anno pastorale 2019/2020 celebrata nella Basilica della Ghiara, nella giornata clou della Giareda, tra gli eventi principali del Giubileo.
I DUE ARGOMENTI
Nell’omelia, Camisasca ha affrontato principalmente due argomenti: la proposta pastorale per le piccole comunità cristiane senza presbitero residente e l’importanza del celibato sacerdotale. «Visitando la nostra diocesi ho visto un buon numero di parrocchie che sono, ormai da anni, prive di un sacerdote residente. È una realtà che tutti ben conosciamo e di fronte alla quale il rimedio non è certo pensare che presto possano tornare dei presbiteri – afferma il vescovo, ricordando la visita pastorale che lo ha portato in 39 delle 60 unità pastorali della diocesi e che sarà ripresa dopo la pausa estiva – In alcuni casi si tratta di comunità di montagna molto piccole, ma non mancano comunità significative anche per numero, abitate da uomini e donne desiderosi di non perdere l’esperienza e la memoria della loro comunità locale, pur aderendo, magari con qualche difficoltà, al nuovo passo dell’Unità Pastorale. Ho visto chiese molto ben curate, non raramente arricchite da preziosi tesori d’arte e di storia, verso cui guarda un piccolo popolo che non dimentica il peso religioso, culturale e sociale, di quella casa di Dio. Ma spesso queste chiese sono chiuse, qualche rara volta addirittura abbandonate». E ancora: «A fronte di questa complessa situazione, ho raccolto spesso le richieste pressanti del popolo cristiano, e in particolare di tutte quelle parrocchie più piccole che desidererebbero avere la presenza stabile di un sacerdote a loro dedicato. Ma come fare? Cosa fare? Non posso certo immaginare, come ho accennato, una ripresa numerica delle ordinazioni presbiterali. Mi sembra nello stesso tempo che la fede di coloro che mi pongono queste richieste, e anche la presenza di un numero così cospicuo di diaconi permanenti in diocesi, suggerisca le vie di una prima risposta».
LE RICHIESTE
Di qui la proposta ai laici, lanciata proprio durante la celebrazione alla quale hanno presenziato sei sacerdoti «che nei prossimi giorni faranno il solenne ingresso nelle parrocchie che ho loro affidato»: «È un progetto che non si può improvvisare e che ha bisogno di molta attenzione e preparazione, ma che mi sento, di inaugurare dinanzi a voi, in questo momento così solenne».
Il progetto
Due le precisazioni indicate: «La prima: non voglio, in nessun modo, favorire la nascita di conflitti di potere, ma, all’opposto, trovare le vie per una più grande comunione. Questi laici o diaconi, punti di riferimento di comunità parrocchiali, non devono in alcun modo diventare o concepirsi come dei “piccoli preti”. I compiti propri del sacerdote, così come quelli del diacono, rimarranno ovviamente affidati a loro. Ma molte cose possono essere compiute da queste nuove figure. Per esempio: la cura della chiesa parrocchiale e dei locali ad essa collegati, la guida di momenti di preghiera infrasettimanali, la raccolta di domande, proposte, osservazioni da portare ai presbiteri, il coordinamento della catechesi o di attività dell’oratorio, là dove fossero presenti… Gli organismi diocesani a ciò deputati preciseranno, durante questo anno di lavoro, i compiti di ciascuno». La seconda: «Nessuno potrà proporre se stesso per questo compito. Chi vorrà potrà rendersi disponibile. Saranno gli stessi organismi diocesani a precisare le modalità di designazione. Saranno necessari certamente dei corsi di “formazione essenziale”, presso la nostra scuola diocesana di teologia, per ricevere dal vescovo l’incarico che avrà una durata a termine, rinnovabile».
L’obiettivo
«Non posso, in questa occasione, entrare in ulteriori dettagli – spiega il vescovo – Mi rendo conto che molti aspetti sono ancora da precisare, ma sono certo che questo sarà un passo importante nella maturazione di un’integrazione tra Unità Pastorali e piccole comunità locali. Potrà poi favorire la crescita della cura della comunità da parte dei laici che, in ragione del loro battesimo e della loro Cresima, hanno il compito di essere maestri, testimoni, intercessori e guide nel popolo cristiano, sempre in rapporto con i presbiteri e il vescovo».
Celibato
Ma il “salvataggio” delle parrocchie non è l’unico argomento affrontato da Camisasca nell’omelia. E iniziando l’ottavo anno del suo ministero episcopale, invitando alla preghiera per nuove vocazioni, il vescovo si è soffermato anche sulla «profonda convenienza che lega il celibato al ministero dei presbiteri». Per Camisasca, c’è la convinzione che «all’origine della crisi delle vocazioni sacerdotali stia la dimenticanza della luminosità del celibato ecclesiastico». Ma, spiega, «la decisione per il celibato non nasce perciò né da una disistima della donna, né da una considerazione della vocazione famigliare come scelta di secondo piano, né tanto meno dalla rinuncia alla maturità affettiva e all’espressione dei sentimenti. Essa è piuttosto una strada di educazione della nostra povera umanità, peccatrice fino all’ultimo giorno di vita, ad entrare nella luminosità di un’esistenza interamente donata, in cui i rapporti affettivi desiderano essere il più possibile espressione di un amore puro e non possessivo». —
E.Spa.
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