Zeri aveva ragione Date quelle due pale in comodato perpetuo alla Ghiara e alla città
Dopo il “no” al prestito temporaneo della Galleria Estense di Modena Reggio torna alla carica con la sollecitazione del critico datata 1996
la proposta
alberto cadoppi*
Ho seguito sulle pagine della Gazzetta il botta e risposta fra il direttore Stefano Scansani e la direttrice delle Gallerie Estensi di Modena Martina Bagnoli. In occasione dei 400 anni della Ghiara, erano state richieste in prestito alla Galleria modenese due pale d’altare, ovvero l’Adorazione dei Magi di Palma il Giovane, e la Visione di San Francesco d’Assisi di Lionello Spada. L’intenzione del comitato scientifico delle celebrazioni del IV centenario era di esporle in mostra nei loro altari originari per qualche mese a far tempo dalla Giarèda. Il prestito non è stato concesso, e di qui l’editoriale del direttore Scansani e la risposta della direttrice del museo modenese. Non è mia intenzione entrare nel merito di questa polemica. Piuttosto, vorrei parlare qui dell’importanza di questi dipinti per la Ghiara e per la nostra città, e dei motivi che ne giustificavano l’esposizione in occasione dei 400 anni.
La Ghiara è sicuramente il maggior gioiello artistico di Reggio. Si tratta di un vero e proprio scrigno dell’arte, soprattutto emiliana, del primo Seicento. La sua particolarità, che la rende quasi unica al confronto di tante magnifiche chiese, è di essere stata costruita dal nulla e completamente adornata nel giro di pochi decenni (tra gli ultimi anni del ’500 e la metà del ’600).
Le prime due pale d’altare ad essere collocate in Ghiara furono proprio quella di Palma il Giovane (1608) e quella di Lionello Spada (1618): due dipinti stupendi, realizzati da due grandi pittori. Palma in quegli anni era il principe della grande tradizione veneziana, dopo la morte di Tiziano, Veronese e Tintoretto, ed era particolarmente apprezzato a Reggio, dove a inizio ’600 si trovavano almeno 20 sue opere. Quanto allo Spada, di scuola bolognese ma a lungo a fianco del Caravaggio, fu un grandissimo artista, e pochi anni prima di dipingere la Visione di San Francesco aveva affrescato mirabilmente la cupola e il braccio nord della Ghiara. Non stupisce dunque che l’Arte della Seta abbia scelto il veneziano Palma per la pala dell’altare di sua spettanza; né che il Santo Monte di Pietà, erede di Camilla Ruggeri Brami, abbia appaltato allo Spada la pala dell’altare della nobildonna. I risultati furono strabilianti: Palma eseguì un’Adorazione dei Magi memorabile, dove lo splendore dei tessuti esaltava l’Epifania, ma al medesimo tempo l’Arte committente. Spada fece un capolavoro di tenerezza, di poesia e di armonia. Ebbene, nel 1786 il duca di Modena si appropriò delle tele, sottraendole al tempio reggiano. Reggio (che ancora non aveva dimenticato le grandi requisizioni ducali secentesche: si pensi per tutti alla Notte del Correggio un tempo in San Prospero) perdette quei due importanti tesori artistici: né furono questi gli unici quadri trasferiti da Reggio a Modena in quegli anni.
Nell’occasione delle celebrazioni dei 400 anni, al Comitato scientifico è venuta l’idea di esporre i due quadri, per qualche mese, nelle loro collocazioni originarie, per ricomporre anche solo per poco tempo la straordinaria unitarietà artistica del tempio reggiano. Non essendo stati concessi gli originali, si sono realizzate delle perfette copie in HD, che per la Giarèda sono state ricollocate sui loro altari, per restarvi almeno fino a Natale. L’altra sera, nonostante la pioggia scrosciante, molti sono intervenuti all’inaugurazione della mostra che ha visto come relatori Elisabetta Farioli e il sottoscritto, moderati, anzi “istigati” da Stefano Scansani. A fine incontro, la sorpresa di un breve ma intenso intervento del nostro vescovo.
Vorrei sollecitare i reggiani a visitare l’esposizione dei due quadri nelle loro cappelle, e ad ammirarne la bellezza. Capiranno perché Ercole III d’Este si portò via proprio quelli. E forse comprenderanno perché Federico Zeri, in un suo scritto del 1996, auspicava il comodato perpetuo delle due pale alla Ghiara. Il santuario reggiano tornerebbe al suo originario splendore, e alla mirabile unitarietà artistica che lo contraddistingueva. —
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