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«Meno social e più passione per educare i propri figli»

Mauro Pinotti
«Meno social e più passione per educare i propri figli»

La ricetta del vescovo Camisasca e del sociologo Crepet nell’incontro a Pieve Concordano: «Rapporto troppo sbilanciato sul dare. I no fanno bene»

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Educazione come passione, rapporto scuola-famiglia, nuove tecnologie e social network. Questi i principali temi discussi mercoledì sera, davanti a circa 500 persone, all’arena spettacoli dell’oratorio di Pieve, in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni del polo per l’infanzia “Bambino Gesù”.

Ospiti d’eccezione il vescovo della Diocesi Reggio Emilia e Guastalla monsignor Massimo Camisasca e Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista. Simpatico il loro botta e risposta. «Noi facciamo due mestieri simili – ha detto Crepet, rivolgendosi al prelato – ma non ho la papalina». E il vescovo ha risposto: «Ma c’è una differenza! Non mi pagano». E Crepet ha replicato: «Però potrei comprarmela».

Sul palco, al centro, tra i due ospiti seduto in poltrona, c’era Edoardo Tincani direttore del settimanale cattolico reggiano “La Libertà” che ha fatto da moderatore. Monsignor Camisasca e Crepet si sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda nel rispondere alle domande. Sull’educazione, i due hanno sostenuto che senza la passione non si va da nessuna parte e che il rapporto educativo è troppo sbilanciato sul dare e non sull’avere perché «l’educazione – ha detto Crepet – è la cosa più importante per una civiltà. E la scuola è il luogo dove vanno tutti, il crocevia dove dovremmo mettere il massimo delle nostre intelligenze. Ma se vedo quello che è successo in questi ultimi 30 anni la situazione è peggiorata a cominciare dalla famiglia che non riesce a dire un “no” ai propri figli perché poi hanno paura che abbiano delle turbe. Si preferisce educare attraverso i doni e i bambini si annoiano».

Camisasca ha aggiunto: «Veniamo da una lunga tradizione in cui il bambino era un oggetto. Il grosso problema è il tradimento degli educatori che rinunciano al loro compito». Sul rapporto scuola-famiglia per Crepet l’idea dei decreti delegati degli anni ’70 è stata brillante, ma male applicata. «La cosa positiva – ha aggiunto – è che sono state eliminate le “classi speciali” un ignominia con la quale abbiamo convissuto per anni. A scuola i ragazzi devono imparare a lavorare: conoscere la fatica e il sudore, ma soprattutto devono imparare un metodo di studio ed avere rispetto dell’altro. Il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza».

Dal canto suo per Camisasca la «scuola si è troppo burocratizzata». E ha aggiunto: «La crescita implica allenamento e lavoro e la gioia deve essere paragonabile alla fatica. Una delle cose più terribili sono i suicidi dei ragazzi a causa di brutti voti. Ma un’insufficienza non è la fine dell’esistenza!». E sulle nuove tecnologie Crepet ha promosso internet, ma bocciato i social, creati da grandi aziende solo per fare soldi.

«Il bambino deve crescere attraverso i propri sensi: un tablet risponde ai requisiti di gusto, udito, tatto, vista e olfatto? Ma volete mettere lavorare col “pongo” ogni bambino realizza un oggetto diverso dagli altri! I ragazzi non escono più di casa e ora gli impongono pure di usare app per comprare il cibo. Io preferisco andare ancora all’osteria, luogo di pensiero». Camisasca è d’accordo: «Abbiamo paura della gioventù perché abbiamo paura della vita e i “potenti” ce la stanno portando via perché vogliono solo “singoli individui”. Siamo di fronte a un imperialismo mondiale: creano desideri per favorire le loro imprese. Dobbiamo resistere all’individualismo che ci vuole tutti uguali». —



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