Gazzetta di Reggio

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Metti il caso che le mamme decidano di candidarsi...

Evaristo Sparvieri
Metti il caso che le mamme decidano di candidarsi...

Il diritto di cronaca contro il dovere dei media di tutelare i minori. E un ex ministro senza regole che specula sul futuro dei bambini

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REGGIO EMILIA. Quante cosiddette mamme di Bibbiano si candideranno alle Regionali? E cosa succede se una mamma di Bibbiano si candida? La domanda non è banale. È preventiva ma non prevenuta, all’indomani della Pontida leghista, terminata dall’ex ministro chiamando sul palco decine di bambini, fra i quali in particolare una indicata per nome perché restituita alla mamma dopo un anno in affido.

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A invocare la sua presenza è lo stesso leader del Carroccio, che evidentemente smessi i panni de ministro ha dimenticato quanto aveva detto non più di un paio di mesi fa, in occasione dello scandalo del figlio filmato mentre illegittimamente stava facendo un giro sulla moto d’acqua della polizia. Un filmato girato dal giornalista di Repubblica, Valerio Lo Muzio, che aveva opportunamente oscurato il volto del minore.

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In quella circostanza, il cronista è stato minacciato in una spiaggia pubblica da esponenti delle forze dell’ordine perché stava riprendendo una vicenda sfociata poi in un’inchiesta della Procura di Ravenna e in procedimenti disciplinari a carico del poliziotto autore della minaccia. Qualche giorno dopo, il cronista è stato pesantemente oltraggiato dall’allora ministro, con irripetibili allusioni. «Non parlo di figli, bimbi e minori, che devono stare fuori dalla polemica politica», le parole dell’allora numero uno del Viminale, ora suo malgrado ex.

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A Pontida, invece, qualcosa è cambiato. Sono rimaste le minacce e le aggressioni ai giornalisti (Antonio Nasso e Gad Lerner), ma il «lasciate stare i bambini fuori dalla politica» è diventato un «chi se ne frega» in difesa dell’esibizione pubblica dell’infanzia al servizio della politica, la spettacolarizzazione a fini elettorali.

Irresponsabile. Al pari di quegli organi di informazione che sono caduti nel tranello, non omettendo nome e volto della minore, gettati in pasto con il consenso della madre alla platea dei quasi 80mila di Pontida. Tanto più irresponsabile, dal momento che sono volti e nomi maggiormente da tutelare in virtù di fatti di cronaca, come lo scandalo affidi, la cui inchiesta è ancora di la da terminare.

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Allora conviene ripeterlo. Cosa succede se una mamma di Bibbiano si candida, magari con la Lega, esibendo la storia sua e di sua figlia minorenne? Succede che il diritto di far politica si scontra con il diritto di cronaca. E con i diritti-doveri dell’informazione. Un cortocircuito costituzionale.

Ricordate Alfredino? Per la prima volta a Vermicino l’Italia scopri la morbosità di se stessa e dell’informazione. E la prospettiva di festeggiare un salvataggio, incollando l’Italia davanti alla tv, si rivelò la triste cronistoria di una morte in diretta.

«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte – commentò Giancarlo Santalmassi nell’edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno 1981 – Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta».

Da allora il giornalismo si è interrogato sulla necessità di tutelare i minori. E proprio in virtù di altri scandali affidi, nel 1990, insieme a Telefono Azzurro, l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi firmarono la Carta di Treviso, oggi entrata nella “Testo unico dei doveri del giornalista”: un documento nel rispetto della Convenzione ONU del 1989 sui diritti del bambino e delle Convenzioni europee che trattano della materia, «prevedendo le cautele per garantire l’armonico sviluppo delle personalità dei minori».

Ecco qualche articolo: va altresì evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo dell’abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento: foto e filmati televisivi non schermati, messaggi e immagini online che possano contribuire alla sua individuazione.

Analogo comportamento deve essere osservato per episodi di pedofilia, abusi e reati di ogni genere; per quanto riguarda i casi di affidamento o adozione e quelli di genitori separati o divorziati, fermo restando il diritto di cronaca e di critica circa le decisioni dell’autorità giudiziaria e l’utilità di articoli o inchieste, occorre comunque anche in questi casi tutelare l’anonimato del minore per non incidere sull’armonico sviluppo della sua personalità, evitando sensazionalismi e qualsiasi forma di speculazione; il minore non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive o radiofoniche che possano lederne la dignità o turbare il suo equilibrio psicologico, e ciò a prescindere dall'eventuale consenso dei genitori.

E ancora: si parla dell’impegno «di tutta la Repubblica, nelle sue varie articolazioni istituzionali, a proteggere l’infanzia e la gioventù per attuare il diritto alla educazione ed una adeguata crescita umana», sottolineando che in tutte le azioni riguardanti i minori deve costituire oggetto di primaria considerazione «il maggiore interesse del bambino” e che perciò tutti gli altri interessi devono essere a questo sacrificati».

Regole che da giornalista Salvini dovrebbe conoscere, evitando di esibire i bimbi come trofei elettorali. Regole che magari dovrebbe spiegare anche a quelle mamme e papà che hanno a cuore il futuro dei figli. Regole che da papà Salvini ha invocato e che da politico e rappresentante delle istituzioni ignora o finge di ignorare.

Invocare lo slogan “Parlateci di Bibbiano” è allora un grosso inganno, giocato sulla pelle dei bambini e sul viscido filo del sacrosanto diritto all’anominato dell’infanzia. Parlare di Bibbiano è fare politica. O meglio, propaganda. La peggiore politica. Parlare dell’inchiesta, come la Gazzetta puntualmente fa, è fare informazione.

Non si tratta di sbattere o meno un mostro in prima pagina. Nè di insabbiare. Sebbene sia una frase fatta, la magistratura farà il suo corso, accertando le responsabilità. Ma sbattere in prima pagina una bambina indifesa rispetto al mondo degli adulti è imperdonabile. E può essere deleterio. Per il minore prima di tutto. Il futuro della nostra società.

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