«Pietrostefani vecchio e malato Non provo odio verso di lui»
L’ex direttore di Repubblica racconta il recente e commovente incontro a Parigi nel libro ”La mattina dopo”, in vendita da oggi: «È la metà di quello di un tempo»
Giorgio Pietrostefani, l'ex dirigente delle Reggiane latitante a Parigi, è sfuggito alla condanna per concorso morale in omicidio, ma non ha evitato l'incontro con Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel 1972 da sicari di Lotta Continua. Calabresi, direttore de La Repubblica dal 2016 allo scorso febbraio, racconta la precedente rinuncia, l'amletico ripensamento, la suspence e l'emozione di quel colloquio nel libro “La mattina dopo” edito da Mondadori, che è in libreria da oggi e sarà presentato dall'autore sabato alle 16 a Pordenone nello spazio ItasIncontra nell'ambito del festival letterario Pordenonelegge.
La Repubblica ne ha pubblicato domenica il capitolo in cui Calabresi espone l'antefatto di quel recente confronto con l'uomo che, secondo la sentenza definitiva, ha contribuito a privarlo del padre.
Pietrostefani era nato a L'Aquila nel 1943 e aveva abbracciato la militanza rivoluzionaria partecipando alla fondazione di Lotta Continua con Adriano Sofri. La sua vicenda, però, si intreccia con la nostra città perchè abbandonò l'estrema sinistra dopo lo scioglimento dell’organizzazione e, grazie alla laurea in architettura e all'avvicinamento al Psi, divenne dirigente delle Officine Reggiane. A Reggio, dove risiedeva, pochi conoscevano i suoi trascorsi politici. Era da tempo impegnato solo nell'attività professionale quando nel 1988 venne arrestato in seguito alla confessione di Leonardo Marino, l'esecutore dell'attentato al commissario Luigi Calabresi che aveva chiamato in causa come mandanti Sofri e Pietrostefani. Condannato, scontò due anni di carcere. Poi, approfittando della libertà concessagli in attesa della revisione del processo, si rifugiò in Francia, dove venne accolto grazie alla “dottrina Mitterand”, che considera perseguitati politici gli esponenti minori della lotta armata.
Calabresi riferisce di non nutrire odio nei suoi confronti, condividendo i sentimenti della madre che lo ha perdonato e da tempo prende le distanze da chi confonde la giustizia con la vendetta della parte offesa. Quand'anche gli fosse rimasta una profonda avversione sarebbe bastata la vista di Pietrostefani a dissiparla. L'ex-dirigente di Lotta Continua, infatti, s'era ammalato di un tumore maligno, ha subito tre anni fa il trapianto del fegato e da allora vive in uno stato di immunosoppressione cronica indotto dai farmaci anti-rigetto. « L’uomo che mi trovo di fronte – scrive Calabresi riferendo l'incontro – ha la barba bianca, è talmente magro da sembrare la metà di quello di un tempo. Ha quasi 76 anni, ne aveva 28 quel 17 maggio 1972 quando spararono a mio padre. Io avevo due anni e mezzo. È infagottato in un giubbotto verde, con gli occhiali da sole quadrati che aveva anche ai tempi del processo. Lo vedo che cammina avanti e indietro di fronte all’albergo, guarda continuamente l’ora, è anche lui in anticipo. Allora esco e gli vado incontro, anche se non sono sicuro che sia lui perché è irriconoscibile. Solo gli occhi, noto dopo, ricordano chi era. È teso. Deve aver dormito peggio di me. Incontrare uno che somiglia così tanto a quel poliziotto contro cui scatenarono una delle più violente campagne di odio della storia del nostro paese, fino all’omicidio, non deve essere facile. Fare i conti con la Storia nemmeno. Parliamo per mezz’ora, seduti nella hall di un anonimo albergo popolato di turisti americani». Calabresi ne aveva un ricordo molto diverso, risalente ai tempi del processo: «La faccia dura, mai una parola, mai un’emozione. Un oggetto misterioso, sembrava fatto di pietra, non rilasciava dichiarazioni, sfuggiva i microfoni e si rifugiava dietro occhiali da sole con la montatura quadrata. Mi provocava molto disagio». —
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