Manfredini: «Nelle ceramiche siamo lepri È la concorrenza mondiale a inseguirci»
Il presidente della Casalgrande Padana promuove la fiera del settore che si apre a Bologna: «Per noi è un acceleratore» Le aziende combattono ancora un’aspra guerra commerciale con l’estero. «Ma vinciamo investendo senza delocalizzare»
L’INTERVISTA
ENRICO L. TIDONA
È stato il primo impiegato assunto alla Casalgrande Padana risalendo poi alla massima carica di presidente in un’azienda che conta una cinquantina di soci e un migliaio di dipendenti nel gruppo, quinta per fatturato nel distretto di Sassuolo. E in sessant’anni di ascesa Franco Manfredini - scandianese di 79 anni - ha vissuto da protagonista la rivoluzione dei laboratori delle ceramiche diventati a suon di salti tecnologici un coagulo industriale trasformatosi nel più poderoso distretto mondiale del settore per qualità del prodotto e investimenti. Ma non solo: è stato il traghettatore di un’azienda cresciuta vicino al fiume Secchia e legata indissolubilmente - non solo nel nome - al territorio, che negli anni della crisi ha generato utili aggregati per 80 milioni di euro (tra il 2009 e il 2014) su un giro d’affari annuo attorno ai 200 milioni di euro, con 6 stabilimenti tra Casalgrande e Maranello, e approdi all’estero dove genera qualcosa come il 90% del suo fatturato senza delocalizzare. «La concorrenza la teniamo a bada investendo - dice Manfredini - solo così restiamo noi la lepre e gli altri gli inseguitori» ci racconta dal suo ufficio.
Presidente Manfredini, torna a Bologna il Cersaie ma qual è lo stato di salute del settore?
« Le crisi le abbiamo vissute ma sorpassate. La ceramica la fanno in tutto il mondo ma sempre copiandoci. Abbiamo tre rivoluzioni in corso: una tecnologica e una di prodotto legate tra loro. E infine una di mercato».
Come combattete la guerra commerciale con l’estero?
«Siamo ancora leader mondiali per esportazioni proprio perché siamo innovatori. Sono in questo settore da 60 anni è ho assistito a salti tecnologici che ci hanno contraddistinto mettendoci al riparo dalla concorrenza».
Oggi si parla di grande formato. È questa l’ultima rivoluzione?
«Sì, i grandi formati e anche quelli grandissimi. Non parliamo più di piastrelle ma di lastre. Un’innovazione partita dall’Italia. È così che la ceramica conquista sempre nuovi spazi».
Vi state smarcando dall’edilizia e dalle sue crisi?
«La grande lastra ha un impiego nel campo dell’edilizia ma va anche fuori dal contesto architettonico. Viene presa in considerazione anche dall’arredamento. Siamo arrivati a fare i top delle cucine, i tavoli e via dicendo. Questa è un’altra rivoluzione che aumenta gli impieghi e quindi gli sbocchi della ceramica».
Quanto costa questa progressione?
«Noi quest’anno investiamo quasi il 10% del nostro fatturato in innovazione e ricerca. Sono percentuali record nel campo manifatturiero».
Casalgrande Padana vanta un rapporto stretto con gli architetti. Siete riusciti a far costruire due opere d’arte, una a Kuma l’altra a Libeskind, esposte a cielo aperto su due rotonde qui a Casalgrande. Quanto contano per voi queste grandi firme?
«Sono orgoglioso di queste opere che abbiamo fatto costruire nonostante qualche “invasione” da parte delle automobili (sorride, ndr). Hanno un grande valore simbolico, sottolineano le caratteristiche di questo territorio e dell’industria prevalente. Monumenti che esprimono un concetto e sottoposte alle intemperie. Ma si vede a occhio nudo che nulla è cambiato nella loro struttura: il nostro prodotto è rimasto inalterato. Per me questa è la dimostrazione più efficace che si possa avere, il vero valore delle ceramiche moderne. Sono belle, puoi comporre anche un’opera d’arte e durano nel tempo».
Si parla spesso di delocalizzare le produzioni. Voi non lo fate. Perché?
«Oggi chi fa impresa deve riuscire a porre uno sguardo fuori e dare una mano al suo territorio. E quando riesce a farlo è motivo di soddisfazione perché la gente capisce che l’attività di impresa interessa la collettività. Siamo una delle poche aziende tra le più grandi che non ha fatto investimenti all’estero di quel genere, anche perché per nel settore ceramico non hanno mai funzionato. La delocalizzazione classica è di chi fa scarpe o abbigliamento fuori e poi lo porta in Italia e lo esporta nel mondo. Con la ceramica non si può fare».
La reputa una carta vincente?
«Noi abbiamo fatto investimenti all’estero ma non nei paesi a basso costo ma negli Stati Uniti, in Europa qualcosa e in Russia perché è lontana. Ma per servire parte dei loro consumi interni. Siamo quindi internazionalizzati. A me interessa che la Casalgrande Padana resti un’azienda del territorio e dare sicurezza a chi ci lavora. La cosa migliore che posso fare e far funzionare bene l’impresa ed evitare le crisi aziendali».
La logistica resta quindi determinante per restare qui?
«Ormai possiamo dire che il mercato domestico per noi è l’Europa intera. Sul segmento medio-alto l’incidenza del trasporto è minore. Riteniamo indispensabile avere il collegamento con l’autostrada e quello con i due scali ferroviari di Dinazzano e Marzaglia. Renderebbero il territorio ancora più competitivo».
E le fiere di settore? Servono ancora?
«Si, sono un acceleratore dell’innovazione che premete all’industria italiana di stare davanti. La fiera di Bologna la teniamo in vita tutti gli atti perché mantiene questa funzione».
Avete alti costi: riuscite a mantenere i margini alti?
«Noi abbiamo perso meno di altri ma di qualcosa abbiamo risentito. Siamo in fase di recupero, sperando di tornare a mantenere la redditività nonostante l’aumento della competizione».
Si aspetta nuove fusioni tra le imprese?
«È un fenomeno ancora in corso. Al massimo della crescita le aziende erano 500. Ora sono 137. Ma qui, grazie al distretto, anche la piccola o media azienda riesce a crearsi una nicchia e sopravvivere».
La politica e i governi che cambiano sono un fattore di rischio?
«Ormai ci siamo abituati a questa situazione precaria che ora cateterizza anche altri paesi, come Spagna e Inghilterra. È importante però avere un contesto europeo che tende a riequilibrare anche certi estremismi».
Che misure chiederebbe a chi governa?
«Riduzione del costo dell’energia essendo noi energivori. Poi dopo il taglio del cuneo fiscale, meno burocrazia e meno incertezza che i meccanismi politici anche territoriali creano all’imprenditore che deve programmare». —
