Un fazzoletto di Pianura Padana che genera 5 miliardi di ricavi
Nel distretto 25mila gli addetti: con l’indotto raddoppiano Investiti 2 miliardi in 4 anni per staccare i paesi emergenti
REGGIO EMILIA. In quattro anni hanno investito 2 miliardi di euro di capitali privati in innovazione nel settore della ceramica riversati per buona parte nelle 65 grandi fabbriche che formano il miracolo italiano concentrato tra Sassuolo e Reggio Emilia, dove si produce l’80% delle piastrelle nazionali riuscendo a tenere dietro la concorrenza cinese o spagnola.
L’EVEREST
Una montagna di soldi, con un’incidenza del 9% sul fatturato, indice che stacca anche la percentuale degli investimenti di altri campioni della manifattura italiana, e che vale una media di 3,5 milioni di euro di risorse annue spese in ricerca e nuovi macchinari da ciascuna delle 137 aziende industriali produttrici di piastrelle di ceramica operanti in Italia. Un ecosistema industriale in leggera flessione a fine 2018 sia per numero di imprese che in volumi di produzione, ma che concentra il suo dinamismo in quel fazzoletto di terra della Pianura Padana formato dal distretto a cavallo tra Sassuolo (54 aziende) e Reggio Emilia (21 aziende), che contano più realtà del settore rispetto a tutto il resto del panorama italiano: 12 nelle rimanenti province dell’Emilia Romagna, 50 nelle restanti regioni dello stivale.
GRANDE è BELLO
Dimenticatevi però la classica piastrella. La produzione che avviene in 225 stabilimenti italiani è votata ormai ai grandi formati, con le ceramiche che sono passate dai pavimenti ai piani alti dell’arredo, in un connubio con moda e arte diventati il tratto distintivo dell’italianità a livello mondiale, come verrà ribadito da domani anche nell’edizione 2019 della fiera internazionale del settore, il Cersaie di Bologna.
EFFETTO LOCOMOTIVA
Non è retorica quindi: in ballo ci sono soldi contanti, con stile e innovazione che permettono alla ceramica italiana di detenere la leadership mondiale delle esportazioni in valore realizzando all’estero l’85% delle vendite con un fatturato di oltre 5 miliardi di euro che rappresenta oltre l’1% dell’export nazionale. Export che nel primo trimestre 2019 ha visto una decrescita in quasi tutti i principali mercati di sbocco del distretto di Sassuolo, come segnalato recentemente nel monitor distretti di Intesa Sanpaolo, secondo cui c’è stato però un aumento delle vendite dal distretto nostrano verso il Regno Unito, la Spagna, la Cina (che resta il primo produttore al mondo) e negli Emirati Arabi Uniti.
UN PAESE RICCO
La capacità di queste aziende di competere sui mercati internazionali permette un’occupazione di oltre 25.000 addetti diretti e altrettanti nell’indotto concentrati soprattutto nel distretto sulle rive del fiume Secchia: abbastanza da riempire un comune medio come Sassuolo.
L’impegno del settore ceramico italiano per la sostenibilità ha portato le produzioni a raggiungere alti livelli nelle tecniche disponibili riconosciute a livello internazionale. «Fondamentali in questa direzione sono gli investimenti delle aziende, che in un’ottica di Industria 4.0 hanno permesso con la conseguente innovazione tecnologica di rendere disponibili per i clienti di tutto il mondo prodotti sempre più performanti e in grado di garantire una migliore salubrità degli ambienti, superiore rispetto ai materiali alternativi» viene riportato nell’indagine di Confindustria Ceramica. La questione ambientale, infatti, resta primaria, anche in rapporto con l’esterno, quel paesaggio che deve convivere tra campi di terra e distese di piastrelle, caricate da un via vai di mezzi che trasportano il prodotto fino (415,5 milioni di metri quadrati nel 2018) all’altro capo del mondo. Le aziende partecipano al Cersaie per rilanciare la competitività sui mercati internazionali, dove non mancano ombre recessive sulle economie di molti importanti Paesi. Gli industriali chiedono «quanto mai alle istituzioni risposte alle sfide che devono affrontare» per mantenere un tenore di ricavi che nel 2018 è stato di 5,3 miliardi di euro.
LE SFIDE
Per gli mprenditori riuniti in Confindustria Ceramica il nodo infrastrutture resta infatti dolente visti i «colossali ritardi nella realizzazione di necessari collegamenti viari, ferroviari e portuali» come hanno ribadito poco tempo fa, «ed è ormai indispensabile avviare i cantieri». In testa la bretella autostradale Campogalliano–Sassuolo, la Cispadana, la tangenziale di Rubiera e il collegamento ferroviario tra gli scali di Dinazzano e Marzaglia. C’è poi il costo dell’energia delle imprese ceramiche italiane con la loro vocazione all’export non vuole più sopportare oneri diversi dai concorrenti internazionali. —
Enrico Lorenzo Tidona
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