Gazzetta di Reggio

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Li insultano su Facebook ma i giovani sono altrove

Massimo Sesena
Li insultano su Facebook ma i giovani sono altrove

Il giudizio tranchant sui ragazzi che ieri erano in piazza per Fridays for future non fa che certificare il divario con la nostra generazione

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REGGIO EMILIA. Preceduto da oceani di parole, è arrivato anche qui il #climatestrike, il giorno globale di mobilitazione degli studenti, le “divisioni” di Greta Thumberg. La spianata di piazza della Vittoria per una volta ha i colori dei ragazzi e dei cartelli che questi impugnano. Slogan ambientalisti, in gran parte elementari come delle “elementari” sono molte scolaresche in piazza, non per “sciopero” ma per missione, non senza motivo ma con un obiettivo.

Sui social sono giorni che rimbalza il video j’accuse della piccola svedese tonante che dal pulpito delle Nazioni Unite accusa i grandi di aver rubato il futuro ai piccoli. E sotto i post, insulti, battute, insinuazioni teorie del complotto. Tutti attori della più becera pars destruens degli ultimi anni, che parte dagli sfottò basici sulle treccine e la scuola che dovrebbe frequentare di più, e arriva fino a passare al microscopio la mimica facciale di una ragazzina che - evidentemente “non sta bene”. Insomma, tutti a demolire, prima Greta e poi i ragazzi al suo fianco.

Invero, Greta e quelli che qualcuno (genitore, magari) non ha esitato a battezzare “Gretini” hanno anche chi prende le loro difese.

Ad esempio Fabio Chiusi su Facebook scrive: Così i ragazzi che questi numi tutelari dell’ordine (altrui, per loro stessi vale sempre il principio del faccio-il-cazzo-che-mi-pare-capito?) vorrebbero ingrembiulati, intruppati, rincoglioniti da Instagram e dalla trap (non hanno ancora detto, come per il rock, che se ne mandi i pezzi in streaming su Spotify al contrario si sentono i messaggi del demonio?) sono invece attivi, informati, indignati ma con misura, e soprattutto pronti a disubbidire, partecipare, strillare le proprie ragioni se serve. Usano i social, ma escono nelle strade.

Condivido ogni lemma. Bello sapere che c’è qualcuno che la pensa come me, penso. Vorrei farglielo sapere, penso. Ma come faccio? Mio figlio ha quasi 17 anni e su Facebook non c’è e non credo nemmeno ci andrà mai. Instagram è il suo social network di riferimento. Almeno credo. Anche se, lo confesso, non sono ancora riuscito a sciogliere il rovello su come lui - e tutti quelli della sua generazione - abitino questo mondo virtuale. Millenials per definizione e anagrafe, hanno lo smartphone sempre in mano, gli auricolari se li tolgono solo per dormire, scorrono le stories, mettono like o brevi commenti. Così almeno fa mio figlio che dagli ottomila irraggiungibili della sua condizione di adolescente risulta spesso per me impenetrabile.

Eppure ieri - insieme a migliaia di altri giovani italiani - era in piazza. Come quella ragazzina che seduta su una panchina del Parco del Popolo discute.

«Non lo dico io - dice - ci sono degli scienziati che lo dicono...». Mi fermo ad ascoltare. Lei mi vede e si blocca, le sue amiche la guardano e scoppiano a ridere, di un riso che sa parecchio di imbarazzo. Quello della ragazzina, colpita a tradimento dal mio fermarmi ad ascoltare.

“Ma io ti stavo solo ascoltando... ”, dico cercando di tranquillizzarla, ma lei taglia corto. “Avevo finito...” dice abbozzando un sorriso. Vorrei sparire, e mentre cerco di farlo penso che questo sia il problema dei problemi: la comunicazione tra due mondi - il nostro di adulti e quello delle giovani generazioni - che oggi hanno in comune soltanto il declino. Non di certo il linguaggio e men che meno i media che si utilizzano.

E più il divario si allarga più penso che noi adulti ci siamo fatti un film che non esiste. Quello dei ragazzi fuori dal mondo reale, chiusi nel loro bozzolo senza nessuna voglia di farsi farfalle. E se questa nostra convinzione fosse una gigantesca fake news? Se fossimo noi ad essere quelli inconsapevoli, quelli fuori dal mondo reale e - al tempo stesso - grottescamente intrappolati nel peggiore dei mondi virtuali?

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