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Viaggio tra i disperati che vivono alle Reggiane: «Noi, costretti a stare qui»

C’è chi si lava i denti per strada, chi tossisce perché malato e chi è affamato. Un ghanese esce in bici: «Sono in regola, so che a me non faranno niente» 


02 ottobre 2019 Ambra Prati


REGGIO EMILIA. Ha prevalso la rassegnazione, tra gli stranieri che ieri alle ex Reggiane sono stati buttati giù dai loro giacigli di fortuna dall’ennesima operazione di polizia. Conoscono bene il copione e ubbidiscono subito: richiesta di documenti e qualche domanda, precedute dalla “perquisizione” del cane antidroga Victor, che fiuta nella ricerca – stavolta vana – di stupefacente.

Mentre all’interno proseguono gli accertamenti, un gruppo di nigeriani ancora assonnato si è seduto accanto allo scheletro di veranda del capannone sull’ingresso principale di via Agosti: le mani in mano e il ritmo rallentato saranno la costante della giornata che li aspetta.

«Io ho fame, guarda la mia pancia (e si solleva la maglietta bucata), hai dei soldi?», è l’esordio del più giovane. Il vicino di sedia, che ha tossito con insistenza e ha in mano un blister di pillole, lo deride. «Lascia perdere. Io sono malato, ho freddo. Ieri sono andato in Commissione, ma ancora niente». Il riferimento è alla Commissione regionale che deve esprimersi sulla richiesta di asilo: dovrebbe dare un responso in un anno, ci mette quasi il doppio, nel frattempo il richiedente asilo è legittimato a restare sul territorio ma senza documenti in regola e quindi senza possibilità di lavorare.

Il lavoro che manca – in questa città dentro la città immersa dai rifiuti, alla quale i murales giganti danno un tocco straniante – è l’ossessione collettiva. «Lui è fortunato, è un barbiere. Io non lavoro. Non mi piace stare qui: c’è gente poco tranquilla. Se hai i soldi, non vieni qui», ha spiegato un altro connazionale. «È il mio alloggio da tempo, cerco lavoro ma non è facile. Da cinque giorni non c’è la luce», ha osservato un connazionale.

L’energia elettrica non è scontata, in questa terra di nessuno; non a caso in passato gli allacci abusivi al contatore che dà su piazzale Europa sono stati la miccia di lotte e coltellate tra diverse etnìe.

Chi invece la luce ce l’ha è un ghanese di mezza età che sta uscendo in bicicletta da un pannello-porta (il chiavistello è un grosso catenaccio) e che ci ha mostrato il suo “appartamento” al pianterreno, ricavato da una porzione di capannone: buio e senza finestre, l’appartamento è però dotato di tutto l’occorrente, dal frigorifero al divano, dal letto a un lavandino con sopra una lampadina penzolante.

«La polizia anche oggi. Vengono sempre, due volte alla settimana. So che non mi fanno niente, sono regolare: documenti e basta. Poi mi conoscono, sanno che non creo problemi». Perfino all’interno delle ex Reggiane esiste una gerarchia: una distanza siderale tra chi alloggia nei dormitori da venti persone e chi, come questo ghanese habitué, ha qualche euro in tasca e si può “costruire” uno spazio suo con comfort impensabili per gli ultimi arrivati.

Come l’africano magrissimo che si lava i denti all’aperto, in pseudo-pigiama e con una bottiglia d’acqua in mano. Occorre aggirarlo per dirigersi verso il “salotto” (poltrone e divani in mezzo alle macerie) di un altro capannone verso il Tecnopolo. Questa zona è formata solo da ghanesi, secondo la divisione etnica che nell’area è regola. Tra i 4-5 connazionali con le mani in mano (e gli occhi su cellulari di ultima generazione, unico comun denominatore) uno solo parla un perfetto italiano.

«Ho 43 anni e sono in Italia da ventuno. Prima lavoravo e abitavo in via Ferrari Bonini. Poi ho perso il lavoro: per un po’ sono andato in stazione di notte (ma non si chiudeva occhio) e di giorno a mangiare alla Caritas. Alla fine sono finito qui, dove almeno posso cucinare e dormire». Per lui, che in passato se l’è vista davvero brutta, via Agosti è il meno peggio. «Se non lavori, non riesci a pagare la casa – è il semplice assioma – Sono costretto a stare qui, non ci sono alternative. Non mi lamento, anche se mi piacerebbe poter tornare alla vita di prima».

Se nei capannoni verificati gli occupanti sono andati fuori a chiacchierare, tutto taceva nelle ex Piscine, l’edificio teatro di aggressioni e fatti di sangue degli ultimi anni. «Sono stati fortunati, oggi non tocca a loro», ha commentato un ghanese sorridendo.

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