L’export inchioda Incubo recessione per la meccanica reggiana nel 2020
Le vendite all’estero calano del 2,5% nel secondo trimestre Bordoni: «Stallo preoccupante, bisogna tirare la cinghia»
REGGIO EMILIA. Sono bastati poco più di sei mesi per passare dal bicchiere che trabocca buone speranze al bicchiere mezzo vuoto. La meccanica reggiana si affaccia infatti su una possibile crisi europea del settore che sta fiaccando la locomotiva tedesca con conseguenze attese – ma non ancora realizzatesi – anche in casa nostra. Tre mesi fa era si è cominciato a parlare di stagnazione. Ora siamo allo stallo con prospettive future che parlano di «situazione che si sta deteriorando e in futuro non c’è certezza che si recuperi», come riporta Sandro Bordoni, presidente del gruppo metalmeccanico di Unindustria Reggio Emilia, che ha presentato i dati nella cornice dei “Giorni della Metalmeccanica”.
I dati parlano chiaro: i consuntivi reggiani del settore nel secondo trimestre 2019 vedono un export che perde il 2,5% sullo stesso trimestre dell’anno precedente. Per contro l’occupazione sale dell’ 1,3%, non essendo ancora giunti gli effetti del testacoda tedesco legato soprattutto alle fosche prospettive del settore auto. A dare grattacapi sono poi la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, la Brexit, le tensioni energetiche in Medio Oriente oltre alla concorrenza dei Paesi emergenti. L’export sta quindi inchiodando.
A preoccupare maggiormente, spiega Bordoni, sono le vendite oltre confine che fungono da chiave del successo reggiano. Nel raffronto con il secondo trimestre del 2018, nel periodo aprile-giugno la produzione ha registrato una crescita quasi nulla (0,6%), che si riflette anche sulla dinamica del fatturato (1,1%).
Considerato il semestre gennaio-giugno, invece, l’export del settore metalmeccanico è calato di un punto percentuale scendendo dai 3,4 miliardi dell’analogo periodo dell’anno scorso ai 3,3 del 2019. A soffrire di più le aziende che producono mezzi di trasporto come i trattori, per cui gli affari con l’estero si sono ridotti del 7,5% né può rincuorare, secondo Unindustria, il dato dell’occupazione, che si mantiene stabile all’1,3%, ma in realtà reagisce in ritardo alle dinamiche del mercato.
La conferma arriva dai numeri della cassa integrazione straordinaria, ammortizzatore delle crisi più strutturate, che nei primi sei mesi di quest’anno ha raggiunto le 506mila ore erogate. Cioè il 134% in più delle 216.000 registrate nel 2018.
Gli imprenditori sondati da Unindustria, infine, non sono ottimisti: il sentimento che prevale è quello di una possibile contrazione del personale esistente. «Purtroppo – commenta Bordoni – se va avanti così il 2020 sarà un anno complesso per le nostre imprese. Per ora l’effetto dello stallo viene contrastato con operazioni commerciali. Le nostre aziende stanno agendo con i clienti stranieri per cercare di portare via la merenda ai concorrenti». Secondo il manager, quindi «nell’ultimo trimestre del 2019 e nel primo del 2020, ci sarà da tirare la cinghia».
L’effetto sull’occupazione non è ancora così evidente. Anzi. Il tasso è cresciuto nella prima parte dell’anno. «Per ora le aziende stanno riequilibrando la produzione agendo sulla parte flessibile del lavoro, come l’utilizzo dei lavoratori interinali o con l’utilizzo delle ferie. La speranza è che la frenata non sia così brusca nei mesi a venire». —
E.L.T.
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