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Numeri in crescita nelle produzioni La castanicoltura torna protagonista

Adriano Arati

Più iscritti nel consorzio e più attenzione alla qualità Ma i numeri sono ancora bassi e il clima pazzo non aiuta

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appennino. Base della sopravvivenza in montagna, curiosità per pochi e ora, nuovamente, intrigante proposta per rilanciare l’economia rurale. Ha fatto un lungo percorso la tradizione della castagna, per secoli il cardine delle colture e delle vite dei montanari, non a caso battezzato “albero del pane”.

I grandi cambiamenti che hanno fatto crescere enormemente l’Emilia Romagna dagli anni ’60 del secolo scorso, hanno provocato anche il progressivo spopolamento degli Appennini e, a cascata, l’addio alla coltivazione massiva della castagna, in precedenza preziosa fonte di cibo nella vita di sussistenza degli abitanti.

Negli ultimi anni, fra sforzi pubblici e volontà di tante persone di tornare alle proprie radici e alle proprie tradizioni, la castanicoltura è tornata ad essere una protagonista della montagna. Non si parla ancora di numeri esorbitanti, ma le cifre sono in crescita.

Il consorzio castanicoltori appenninico conta sempre più iscritti e nel luglio scorso è arrivato anche un riconoscimento regionale, con una giornata di studi e approfondimenti che ha portato fra Marola e Castelnovo Monti l’assessore regionale all’Agricoltura e numerosi addetti ai lavori. La castanicoltura trova, nel medio Appennino reggiano, sino a quota mille e poco più, un ambiente ideale in cui prosperare, e porta con sé conseguenze positive per l’intero territorio. I boschi in cui si raccolgono le castagne devono essere curati per tutto l’anno, i fondi mantenuti puliti e le piante seguite nel dettaglio, con potature e interventi fito-sanitari che garantiscono un innalzamento della qualità dell’intero contesto boschivo. E poi, ovviamente, vi è la produzione.

Le castagne possono essere vendute fresche o lavorate e poi commercializzate nei prodotti secondari, come i dolci e la farina, e rappresentano un mercato in crescita. Con prezzi piuttosto elevati, oltretutto. È sufficiente fare un giro nei banchetti presenti nelle tante feste in programma ad ottobre per trovare tariffe non proprio a buon mercato, soprattutto se si parla dei pregiati marroni. Nulla di male: l’impegno necessario per il “prodotto finale” è notevole, queste cifre evidenziano sia l’interesse esistente sia la possibilità di crescita a livello di scenari economici.

I numeri 2019 sono ancora da definire nel dettaglio, l’alternanza di periodi estremamente piovosi ad altri di forte calore e siccità ha rallentato parzialmente la maturazione, e i ricci protetti da aghi che custodiscono le castagne sono ancora parzialmente attaccati agli alberi. Proprio in queste settimane, è iniziata la raccolta dei frutti, che una volta caduti a terra devono essere estratti dai ricci e messi nei classici sacchi di tela. La raccolta è un tema delicato.

Al contrario dei funghi, non esistono tesserini particolari per le castagne, non vi è una regolamentazione specifica in questo senso e vige il principio della proprietà privata. Non tutti i boschi coltivati sono però recintati e quindi non è difficile imbattersi, soprattutto nei fine settimana, in raccoglitori occasionali che cercano di portarsi a casa i frutti dalle aree boschive in cui si imbattono. Ben diversa la prospettiva dei castanicoltori, che nelle castagne hanno il risultato di un anno di fatica e non gradiscono che i loro frutti vengano portati via allegramente. In passato baruffe e risse erano una normalità, oggi il discorso è diverso.

Chi si dedica professionalmente alla coltura della castagna tende a recintare i propri appezzamenti. Sono tanti, gli agricoltori autunnali, e sono in crescita. Ma chi sono? Qualche addetto ai lavori puro, diversi imprenditori agricoli che uniscono le castagne alle loro altre attività ma anche persone che, con questo investimento, tornano a casa, nei luoghi di origine delle loro famiglie, per riscoprire antiche tradizioni. —

Adriano Arati

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