Cappelletti con ripieno di pollo? Scandalo Ma non di sole polemiche vive l’uomo
L’idea della Curia bolognese di fare tortellini con pesto di pennuto (proislamici e intolleranti) scatena l’ira di puristi e leghisti Però non c’è luogo dell’Emilia dove non vi sia conflitto sulla pasta farcita originaria, anche se ha il cuore di puro maiale
fake alimentari
dalla prima
Il tradimento della pasta ripiena di maiale ha scatenato e va scatenando polemiche, ire, stracciamenti di vesti e sospetti. Da una parte c’è chi grida all’attentato contro la “formola” (in antico si scriveva così) del tortellino di tradizione, dall’altra c’è chi intravede nell’iniziativa ecclesiale un altro coperchio aperto all’invasione – stavolta gastronomica – dello straniero islamico. Sono perciò due i fuochi sui quali sobbolle la pentola bolognese che ha richiamato il fiuto di Matteo Salvini e la risposta di Romano Prodi.
Il primo da raviolista milanese ha scritto su Facebook: “Leggo che c’è chi chiede tortellini senza carne? È come proporre il vino senza uva... Ma stiamo scherzando. Aveva ragione Oriana Fallaci. Il problema sono alcuni italiani che dimenticano le loro radici, negano la nostra storia, dal tortellino al crocifisso. Ma devo essere io a difendere la fede e i valori? Io che sono un peccatore...».
Il secondo che per nascita ha devozione per i cappelletti reggiani di Scandiano, ha sentenziato: “Le nostre tradizioni sono di libertà, se Salvini dice che con la libertà si offendono le tradizioni...». L'importante, spiega Prodi, è che la variante «non sia obbligatoria».
Va subito sgombrato il campo dalla persuasione che sia stata la comunità islamica bolognese a chiedere o pretendere un tortellino col pennuto dentro.
Si tratta infatti di una “sostituzione carnea” proposta dai preti che nei secoli sono stati i regolatori dei digiuni, delle feste di interruzione delle privazioni, delle fritture di Carnevale, dei giorni di magro, delle novene e degli ottavari... E quel imminente porporato, don Zuppi, fu il parroco di Santa Maria in Trastevere trasformata per Natale in mensa multietnica.
oggetti di culto
Or bene, pur avendo ricevuto da un caro cugino prealpino il consiglio “cambia che il Pd inventa i tortellini halàl”, e un sollecito per la difesa dei sublimi galleggianti con cuore suino tanto cari alle nostre famiglie valpadane, sto dalla parte di Zuppi. Non per fare l’adulatore perché fra quattro giorni diventa cardinale, oppure perché sta dalla parte dei poveri, o va di moda lo snaturamento delle tradizioni alimentari in favore di, per rispetto di, per non offendere chi... Non perché Prodi ha infilato la forchetta o manovrato il cucchiaio nel punto giusto: purché la variante “non sia obbligatoria”. Ma perché io – mi piglio ogni responsabilità – credo nella pasta farcita, non nel corpus della farcitura di bandiera. Perché ognuno ha il proprio tortellino, cappelletto, raviolo, marubino, agnolo, agnolino, anolino e ognuno ritiene che il suo sia migliore degli altri. Sto affermando che ogni cibo di tradizione è un oggetto di culto della tribù (famiglia, paese, territorio) che lo perpetua.
Quanti sono i bolognesi che attingono dalla stessa ricetta? Chi ha il brevetto? E quanti sarebbero gli eretici che mettono più mortadella, solamente prosciutto, meno noce moscata, più formaggio? Una miriade solo a Bologna, milioni in Italia, sino ad arrivare a coloro che proprio per tradizione infilano nella spoglia (sfoglia, il vestito) una farcitura di gallina, addirittura col suo fegatino. Questo non è un tortellino horror, ma una variabile indipendente.
Com’è libero e indipendente chi per consuetudine fa stufare il pesto e chi invece lo immette a crudo, chi sposa la carne suina con quella bovina, chi preferisce i classici in brodo, gli asciutti lubrificati con burro e salvia, soffocati nella panna (aiuto!) e i sontuosi con il sugo.
Il tema in questione non è quindi la “bolognesità” del tortellino, ma la sua interpretazione autentica che non esiste, fin quando una confraternita o un club decidono di depositare la “ricetta principe” che sarà prestissimo violata in onore della mamma, della zia o della nonna “che li faceva meglio”. Questione di memoria affettiva prima che gustativa.
conflitto a cuoco
Il conflitto a cuoco (non a fuoco) sui cibi di appartenenza è un fatto folkloristico, che fa bene alle pance e ai cibi stessi, perché così vengono mantenuti, promossi, rilanciati. Soltanto in Emilia il diverbio mangereccio fa impallidire la proposta gallineacea: Bologna e Modena si contendono il primato del tortellino, Ferrara sublima i suoi “caplìt”, Reggio osanna i suoi “caplèt”, Parma balla da sola con i propri “anolini” e Piacenza va milanesizzandosi virando sui ravioli.
PRODOTTI-TIPO
E poi c’è la forma. Ognuno torce questi oggetti commestibili (torto, tortello, tortellino) come s’è sempre fatto in casa propria. È la dinamica industriale a omologare l’interno e l’esterno, a condurci verso un tutto uguale gustativo, olfattivo, visivo. Qui sì, dovremmo metterci in guardia su un futuro di prodotti-tipo più che tipici che non saranno quelli di una volta.
Infine i tortellini col pollo sarebbero anti-italiani, e, perbacco, pro-invasione, soltanto perché indirizzati ai muslìn, agli islamici. Come dire che i tradizionalisti ferrei sarebbero leghisti e veri cristiani. Ma per favore! Districatevi dalle notizie false. Dalle baggianate.
La nota dell’ufficio stampa della curia felsinea è datata 1 ottobre ed è fulminea (e pure ironica): “L’Arcidiocesi di Bologna informa che l’arcivescovo Matteo Zuppi ha appreso la notizia del tortellino con carne di pollo solo questa mattina e dai media. Era all’oscuro dell’iniziativa annunciata ieri in conferenza stampa dal Comitato cittadino per le manifestazioni petroniane.
Il Comitato ha previsto che accanto ai quintali di tortellini conformi alla ricetta depositata, siano preparati anche pochi chilogrammi senza maiale per chi non può mangiarne per diversi motivi. Nella città in cui il cardinal Farnese nel 1661 emise il bando contro la contraffazione della mortadella con tanto di pene pecuniarie e corporali per i trasgressori, il prossimo cardinale Zuppi non poteva certo cambiare la tradizione”. —
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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