«Volevano uccidere Ruggiero andai ad avvisarlo a Brescello»
REGGIO EMILIA. Per l’accusa Nicolino Grande Aracri fu il mandante dell’omicidio – a Brescello – di Giuseppe Ruggiero, freddato sulla soglia di casa la notte del 22 ottobre 1992. Ma il boss dà una versione ben diversa sul suo ruolo di 27 anni fa: «A Cutro si vociferava che volessero eliminare Giuseppe Ruggiero – spiega il 60enne – perché stava scavando su chi aveva ucciso suo fratello Francesco Ruggiero e se la stava prendendo con tutti, accusava tutti. Lo conoscevo di vista, ma quando andai al Nord, viaggiando su un Mercedes targato Taranto, mi fermai a Brescello per avvisarlo».
Grande Aracri colloca quell’incontro 15-20 giorni prima che Ruggiero venisse ucciso. «Ricordo che erano circa le undici di notte, erano a letto. C’era un cucinino in quell’appartamento. La moglie era in pigiama e portò delle bottiglie mentre parlavamo. Gli dissi che lo volevano uccidere. Da quel giorno non l’ho più visto».
Grande Aracri non ritenne successivamente di andare al funerale di Ruggiero. E su questo particolare s’incunea subito il pm Beatrice Ronchi che contesta il racconto dell’imputato: «Ma come? Lei fa mille chilometri da Cutro per andare ad avvisarlo a Brescello che rischiava la vita e poi non va al suo funerale!». Poi il pm Ronchi aggiunge che la vedova di Ruggiero, in aula, dice di aver visto Grande Aracri solo una volta in piazza a Cutro nel 1989. Una sottolineatura per stroncare ancora di più la ricostruzione fatta dal boss.
Più o meno la stessa situazione si è creata, in avvio di deposizione, quando Grande Aracri dice che conosce i Dragone (famiglia ’ndranghetista dominante a Cutro e nel Reggiano, poi scalzata proprio da Nicolino nella sanguinaria faida di mafia fra fine anni Novanta e primi anni Duemila, ndr) ma di non aver avuto rapporti, però ammette di essere stato testimone di nozze di Raffaele Dragone, figlio del capoclan Antonio Dragone. «Me lo chiese Raffaele mentre ero nel bar, in piazza. Ma non perché figlio del boss, ci conoscevamo solo di vista. Fu un matrimonio intimo, solo i familiari e io e mia moglie». Anche questo racconto fa scattare la reazione del pm Ronchi che fa capire di non credere a una parola. «A quel tempo Raffaele Dragone era detenuto ed aveva chiesto un permesso per sposarsi – replica il magistrato della Dda di Bologna – e lei ci vuol fra credere che a Cutro l’ha chiesto ad uno che conosceva di vista! Il matrimonio fu intimo, c’erano le persone che contavano...». —
T.S.
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