«Per liberare l’area non c’è una ricetta facile e veloce»
Luca Censi, coordinatore dell’Unità di Strada che si aggira tra i capannoni «Tutti dicono che vogliono andarsene ma poi la posta in gioco è poco appetibile»
«Le ex Reggiane? Concordo con chi crede che, nel 2019 a Reggio Emilia, non si può vivere così. Ma non esiste una soluzione manichea: quell’area si è stratificata nel corso degli anni, svuotarla e reinserire le persone nella società è un percorso lungo e complesso. Dall’agosto dell’anno scorso gli stranieri che hanno accettato di affidarsi ai servizi – almeno tramite noi – sono stati una decina, mentre non abbiamo i dati di quest’anno». Luca Censi è il coordinatore dell’Unità di Strada della Papa Giovanni XXIII: cinque operatori (tra i quali due ragazze) che, zaino in spalla, due volte la settimana, il lunedì e mercoledì, girano tra gli abusivi dei capannoni abbandonati. Sono gli unici, insieme ai volontari di don Daniele Simonazzi, a parlare con i disperati. «Nello zaino portiamo cibo, coperte e altri oggetti utili, che per noi sono uno strumento di aggancio. Per necessità pratiche, quali ad esempio una stufa, provvede don Daniele».
L’obiettivo dell’Unità di Strada, che opera in accordo con l’amministrazione comunale, è di dialogare con i senzatetto e convincerli ad andarsene da lì accettando soluzioni alternative. È il celebre svuotamento (su base volontaria) delle ex Reggiane, sbandierato dall’amministrazione comunale, che si è vantata in passato di aver ridotto le presenze ad un centinaio: numeri ondivaghi e sfuggenti. Parliamo, ovviamente, di quella fetta di poveracci con regolare permesso di soggiorno che dormono nei ruderi perché in difficoltà economiche: da questo tentativo di recupero sono tagliati fuori quella parte di irregolari o criminali destinati a rimanere nel buco nero dell’illegalità. Ed è proprio su questa tipologia di abusivi che Censi sottolinea: «Non ci si può nascondere che all’interno della società ci sono e ci saranno sempre delle sacche di marginalità: dobbiamo conviverci. Per questi, tanto vale migliorare la loro quotidianità».
Come in parte è stato fatto, ad esempio con l’erogazione dell’energia elettrica.
Censi lamenta il fatto che «la narrazione della realtà trova poco spazio sui media. Si parla tanto di soluzioni immediate, come lo sgombero, ma purtroppo non esiste un’alternativa valida unica per tutti: possono esserci risposte tagliate su misura sulle singole esigenze, ma le difficoltà sono tante».
Qual è la reazione degli abusivi alle loro proposte. «Anzitutto devi farti capire (pochi parlano italiano), vincere la diffidenza e far comprendere di cosa si tratta. Se chiedi ai senzatetto se vogliono andare via da lì, nessuno risponde di no. La maggioranza dei regolari si dichiara disponibile, però il problema è rendere appetibile l’alternativa».
Dipende da cosa c’è sull’altro piatto della bilancia. «Si mette una posta in gioco, comunque bassa; nel frattempo le persone si organizzano diversamente. Inoltre chi vive da tempo ai margini fatica a rientrare nelle regole richieste dai Servizi, che pretendono un’alta attivazione: occorre cambiare vita. Di fronte a una prospettiva accidentata, temporanea e con parecchie incognite, c’è chi preferisce la routine del degrado. E chi accetta può trovarsi male, serve una verifica continua».
Tante ombre, ma anche luci. «A Natale 2018 abbiamo attivato un appartamento di via Motta per cinque nordafricani, tutti in salute, di mezza età e con lavori saltuari. Nel giro di pochi mesi sono diventati autonomi e in grado di pagarsi l’affitto da soli. È un esempio positivo, che dovrebbe far riflettere su una presa in carico non totale». —
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