Gazzetta di Reggio

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la piccola comunitÀ femminile 

Il degrado condiviso anche dalle donne

A.M.
Il degrado condiviso anche dalle donne

La cura della propria persona in un contesto di povertà totale Un canzone, un ballo in stile africano e un po’ di ginnastica 

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reggio emilia. Le prime a uscire da quelle tane malsane che un tempo erano gli uffici delle Reggiane sono le donne. Sono poche, sono tutte giovani. Scendono nel cortile quando un uomo che dimostra una quarantina di anni si mette a girare suonando un campanaccio. È il segnale di raccolta per l’incontro di preghiera.

Gli abiti di queste donne sono bizzarri, addirittura divertenti. Non ti verrebbe mai in mente di trovare persone disposte a sorridere in mezzo a tanto squallore.

Una che non smette mai di sorridere è Aisha, una nigeriana che ha compiuto trent’anni da poco e che sfoggia una criniera da leonessa. «Non è tutta roba mia – dice mostrando l’attaccatura dei capelli –. Sono una extension». La vita da senzatetto non la fa rinunciare a qualche accorgimento estetico. Gli abiti che porta non raccontano certo di una ragazza che si è lasciata andare: con un certo orgoglio indossa roba dai colori vivi. «Sono arrivata alle Reggiane da tre mesi, da quando non ho più un lavoro. Non ho un altro posto dove andare, ma qui mi trovo bene. Prima vivevo in una casa in affitto, ora non ho i soldi per pagarne un’altra e resto qui. L’unico problema è il freddo. C’è sempre freddo».

Sembra impossibile credere che un piccolo gruppo di ragazze possa dirsi al sicuro in un ambiente simile. Eppure nessuna di loro dice di sentirsi in pericolo.

Chiara è una nigeriana di 23 anni, cittadina delle Reggiane anche lei da tre mesi. Lei, africana, si presenta all’appuntamento con la funzione religiosa indossando una smagliante tuta bianca della nazionale ucraina, non si sa bene di quale sport.

«Me l’ha regalata il mio fidanzato, che è di Modena». Chiara è l’italianizzazione di un nome africano, ma lei ci tiene a dire di chiamarsi così. «Prima lavoravo, adesso un lavoro non ce l’ho più. Se trovassi l’occasione, sarei disponibile a fare le pulizie, a fare la badante. Ho un figlio di 12 anni in Nigeria, a pensare a lui mi sento male».

Anche lei si presenta con una extension, nerissima. Aspettando l’arrivo del vescovo, si diverte a fare un po’ di ginnastica, con quella tuta bianchissima, in mezzo al cortile. Nessuno se ne stupisce, un cortile in condizioni pietose riproduce le scene di vita che si potrebbero vedere in una piazza.

Sono ancora una volta i capelli il lato più curioso di un’altra fra le donne che vivono alle Reggiane. Lei si chiama Isabella, dice di avere 26 anni e di fare parte del popolo degli invisibili da un anno e un mese. In testa ha calcato un berretto di lana pesante, dal quale escono due poderose trecce. Di colore fucsia. La sua storia è simile a quella delle altre: non desidera restare in queste condizioni e cerca un lavoro onesto. Quale lavoro? Quello che c’è.

Alla fine dell’incontro di preghiera con il vescovo, sono le donne a diventare protagoniste. Sono loro a trasformare l’arrivederci a Camisasca in un momento di festa. Aisha attacca una canzone incomprensibile e si mette a ballare un ritmo africano. Fra le mani agita un rosario: è quello che il vescovo ha appena regalato al popolo delle Reggiane. —

A.M.

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