L’incontro in una chiesa costruita con poco ma piena di speranza
REGGIO EMILIA. «Se stanno meglio i poveri, stanno meglio tutti». Sono parole di don Daniele Simonazzi, il prete che si spende per uomini e donne che vivono in condizioni inaccettabili. Per due volte ha accompagnato il vescovo Camisasca in visita a questi stranieri, parrocchiani a tutti gli effetti al pari di quelli che frequentano le chiese “regolari” della diocesi.
L’appuntamento del sabato sembra essere gradito a una buona parte di quelli che occupano i capannoni. La chiesa dei senzatetto è allestita in uno dei locali meno sporchi; tre o quattro file di sedie tutte diverse, due serie di panche ai lati. Alle spalle dell’altare un grosso crocefisso in legno. Affinché i passi della Bibbia non si risolvano in un rito fine a stesso, tutte le letture vengono effettuate in inglese, lingua comune a ghanesi e nigeriani, con il diacono che traduce in italiano per quanti con l’inglese non avessero dimestichezza. Ognuno ha poi la possibilità di commentare i versi biblici, e ne escono riflessioni e giudizi sorprendenti. «La fede è un’esperienza personale – diceva sabato Francis – però essere qui a pregare insieme ci dà forza. Se dovessi sollevare da solo un tavolo farei fatica, ma se siamo insieme a farlo tutto è più semplice».
È evidente che ogni considerazione è calata nel contesto allucinante in cui queste persone si trovano a vivere. Ma anche in una situazione di totale miseria e nella più completa precarietà circa il futuro, si avverte che la speranza non è venuta meno. Il popolo delle Reggiane sente il vescovo come un amico, e quando Camisasca apre la propria borsa per tirarne fuori una serie di rosari, tutti si accalcano per averne uno e per stringergli la mano. Poi si mettono il rosario al collo e cominciano a cantare. —
A.M.
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