La creazione di privacy in ambienti senza nulla di umano
REGGIO EMILIA. A volte, parlando con i giovani africani in cerca di un permesso di soggiorno, si finisce per incontrare storie personali che si assomigliano tutte, al punto da dubitare della veridicità di qualche particolare. Su un aspetto però è impossibile dubitare della verità delle parole del popolo delle Reggiane: la disumanità delle condizioni in cui vivono.
All’interno dei capannoni ridotti a scheletri ciascuno di questi stranieri ha cercato di ricavarsi un proprio luogo, un angolino nel quale avere un minimo di privacy, ammesso che di privacy si possa parlare in un luogo che ospita decine di persone di varie nazionalità, in un andare e venire controllato continuamente dalla polizia. Un indegno dormitorio che questi senzatetto chiamano casa, dove non c’è traccia dei segni della civiltà.
Nessuno fra i cittadini delle Reggiane dice di no quando gli si chiede di vedere il luogo in cui vive e dorme, e la realtà è peggiore dell’immaginazione.
Un nigeriano di 25 anni “abita” al terzo piano di una delle palazzine che un tempo ospitavano gli uffici delle Officine. Non ci sono finestre, non ci sono ringhiere, non c’è nulla. Si vede che questo ragazzo non sta bene, dice di avere una malattia seria e di avere preso per tanto tempo le medicine. Farmaci che però adesso non ha più.
Arrivati al piano, in mezzo a una desolazione assoluta di scarti edili e di materiali a pezzi, si avvicina a una specie di stanzina chiusa da due assi sgangherate. Le apre tirandole a sé con entrambe le mani, mettendo a nudo uno scenario oltre l’immaginazione. L’ambiente, completamente senza luce, è ammorbato da un tanfo insopportabile. A terra sono appoggiati due materassi lerci sul quale fanno mostra di sé brandelli di vecchie e consunte coperte. In un angolo, appoggiato su un’asse malferma, c’è un piatto che porta i segni di un pasto a base di pomodoro. Nessuno crederebbe che un uomo possa vivere in un ambiente del genere. Eppure un giovane, malato, ci vive. E pezzo per pezzo si è costruito una casetta che con quelle due assi schiodate difende come fosse una reggia. Sa benissimo di vivere sotto i limiti dell’umano. Infatti si oppone a una cosa sola: non vuole essere fotografato. La vita vera sta altrove. —
A.M.
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