Gazzetta di Reggio

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Vite in cerca di un futuro quando l’orizzonte finisce in mezzo ai ruderi

ANDREA MASTRANGELO
Vite in cerca di un futuro quando l’orizzonte finisce in mezzo ai ruderi

Le storie degli stranieri che trovano riparo nei vecchi capannoni allo sfascio Per molti di loro il pensiero è alla famiglia rimasta in Africa, lontana da anni 

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ANDREA MASTRANGELO

Quando nel 1981 il regista John Carpenter firmò il film “1999 fuga da New York” il successo della pellicola venne decretato non tanto da una trama abbastanza scontata o dalle interpretazioni di un paio di attori di una certa fama, quanto piuttosto dall’ambientazione. In un futuro che appariva lontanissimo, New York era trasformata in carcere a cielo aperto, popolato da sbandati.

L’impressione che colpisce guardando verso l’alto dai cortili delle vecchie Reggiane è quella di trovarsi in un ambiente del genere. Il teatro di un film, con rovine di legno e cartone costruite apposta da qualche scenografo dell’orrore. Invece è tutto vero. E a pochi passi da lì ci sono i capannoni recuperati, il Tecnopolo, la vetrina della Reggio Emilia futura. Il contrasto è stridente. La ricchezza di idee e di risorse accanto alla povertà assoluta.

le vite

«Voi siete persone, non siete numeri». Lo ha detto il vescovo Camisasca, sabato scorso, parlando a chi vive in queste condizioni disumane. Gli stranieri che popolano le Reggiane sono da un pezzo l’oggetto della battaglia politica, la proiezione locale della guerra che in Italia e in Europa si combatte attorno ai migranti. La scorsa settimana a rinfocolare il dibattito ha provveduto la dichiarazione dell’assessore Tria: «In accordo con Prefettura e Questura non si procederà allo sgombero».

Non ci sono alternative al momento, qualora si provvedesse allo smantellamento forzato di questo quartiere della follia. La battaglia politica si gioca su alcune decine di persone che – come sottolineato dal vescovo – sono prima di tutto uomini e donne, con le loro vite, accomunate da un particolare soltanto: nessuno di loro desidera restare dentro quegli scheletri di capannoni, esposto al degrado materiale della sporcizia e della povertà e a quello morale della promiscuità e della violenza.

l’accoglienza

Ogni sabato pomeriggio alle Reggiane arrivano i volontari; ad aprire la strada è stato don Daniele Simonazzi, il prete che porta la Bibbia a questi stranieri. Con lui anche il diacono e poi uomini e donne che non fanno sentire soli questi emarginati. Sabato scorso la notizia della presenza di Camisasca era arrivata in anticipo, e in qualche modo questi immigrati si sono dati da fare per accogliere il vescovo nel migliore dei modi. Ovviamente, secondo le loro quasi inesistenti possibilità.

L’impressione che si coglie è che quello del sabato con la Bibbia sia un appuntamento atteso e desiderato. Nessuno ha un armadio con dentro i vestiti, ci sono solo stracci buttati per terra o ficcati in qualche sacchetto di plastica, ma ciascuno, a modo suo, ha tentato di mostrarsi nel migliore dei modi.

Come Goofy, un uomo di 35 anni arrivato in Italia 11 anni fa e che sopravvive alle Reggiane da un paio di anni. Tira fuori e si mette in testa un cappello a punta che sembra cinese e che invece arriva dall’Africa. In qualche modo se l’è portato da casa. È il suo orgoglio, l’oggetto che lo fa riconoscere in mezzo a tutti gli altri. Qualcuno scherza su quel cappello, ma in modo bonario.

«Quando sono arrivato – spiega sgranando gli occhi – mi sono fermato al Sud, dove lavoravo nei campi raccogliendo pomodori, cipolle e olive. Poi sono venuto qui ma il lavoro è finito e non ce la faccio a trovarne un altro. Cucino quello che riesco ad avere: spaghetti, tonno, pomodori. Al mio paese ho un figlio, e lo sento al telefono. Qui dentro a volte mi fermo e la mia testa pensa a lui. Vorrei riuscire a stare sereno».

la sopravvivenza

Poco distante, nel cortile fra due di questi ruderi, si muove un uomo che spinge un carrello da supermercato. È pieno di taniche di plastica, sono il rifornimento dell’acqua. All’acqua ci si attacca per mantenere un sottile legame con una vita da esseri umani. Si può mangiare poco e male, si possono indossare sempre gli stessi vestiti, però qui tutti cercano di non ridursi come bestie. Se anche non hanno un’alternativa alle Reggiane, non per questo hanno rinunciato alla dignità. —



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