L’ultimo duca d’Este visto da vicino «Francesco V un mite assolutista»
Ritratto del principe che decise di abbandonare il potere L’autrice è sicura: «Il suo obiettivo fu il benessere dell’Italia»
Esula dal politicamente corretto la pubblicazione di un libro su Francesco V d'Austria Este in vendita in edicola con il nostro giornale. L’ultimo duca di Modena e Reggio non era un sovrano illuminato, magnanimo e tollerante come Maria Luigia, a cui i parmigiani dedicano ancor oggi un culto immarcescibile. Era un campione del più reazionario assolutismo.
Eppure Elena Bianchini Braglia gli ha dedicato una lunga ricerca e quattro mesi di scrittura per pubblicarne la biografia e presentarla a Modena lo scorso 1 giugno, duecentesimo anniversario della sua nascita.
Ne scaturisce un ritratto convincente, diverso da quello a fosche tinte con cui la storiografia risorgimentale dipinge gli ultimi monarchi degli stati preunitari. Ne discutiamo con lei.
Chi era Francesco V?
«Era, come Francesco IV, un risoluto legittimista. Nel 1848 fu l’unico sovrano italiano che non concesse la costituzione. Aveva le stesse idee, ma un carattere differente. Suo padre era molto duro e determinato e lo dimostrò con le condanne a morte e la spietata repressione dei moti risorgimentali. Il figlio, invece, era un uomo mite, che voleva evitare spargimenti di sangue e non infierì contro lo studente mazziniano che tentò di assassinarlo. Nel 1859 abbandonò il ducato con la Brigata Estense senza combattere per evitare una guerra civile. Motivava il suo stretto legame con l’Austria in termini non di sudditanza, ma di convenienza, per il benessere dell’Italia. Non risparmiò le critiche alle decisioni del governo imperiale».
Aveva un proprio disegno politico?
«Sì. Lo illustrò in un manoscritto redatto intorno al 1840, in cui auspicava una confederazione degli stati italiani guidata dall’Austria per rispondere alle esigenze crescenti di una “patria orgogliosa e forte”.
Era un progetto diverso da quello dei neoguelfi e dal federalismo repubblicano di Carlo Cattaneo. Tuttavia egli si impegnò nello stringere i rapporti con gli altri stati attraverso la lega doganale e la costruzione della ferrovia tra Piacenza e Bologna. Condivideva con i federalisti l’ostilità al disegno unitario centralista che si sarebbe poi realizzato con l’intervento di Napoleone III. Memore delle invasioni napoleoniche, considerava la Francia il nemico principale».
Lei condivide questa critica al modo in cui è stata fatta l’Italia. L’ha scritto nel saggio “Risorgimento: le radici della vergogna”. Se ne legge una presentazione, firmata da lei, inserita nel 2016 nel sito dell’“Associazione legittimista Trono e Altare”, a cui aderiscono due gruppi neoborbonici, il Circolo del Regno lombardo-veneto, un gruppo spagnolo, uno polacco e i cattolici tradizionalisti di Radio Spada. Anche lei vi partecipa?
«No. Quella presentazione è stampata nella quarta di copertina del mio libro, che avevo pubblicato nel 2009 in previsione del 150° dell'unità d’Italia. Non sapevo neppure che l’Associazione legittimista l’avesse riportata nel suo sito. Non ho pregiudiziali politiche. Quando scrissi il libro temevo che le celebrazioni del 150° sarebbero state solo agiografiche. Perciò fondai con altri il Centro studi sul Risorgimento e sugli Stati preunitari. Poi, per fortuna, non mancarono le voci critiche e gli studi seri».
In sostanza lei propone una profonda revisione del modo in cui viene analizzato e interpretato il Risorgimento. Le sembra corretto?
«Io sono revisionista. Condivido l’affermazione del medievista Franco Cardini, secondo il quale la storia o è revisione continua o non è storia. Lo studio rigoroso, basato sui documenti, è necessario quando si affrontano temi delicati, che possono essere distorti da preconcetti politici».
A quali fonti ha attinto nelle ricerche su Francesco V?
«Oltre ai saggi storici già pubblicati ho consultato presso l’Archivio di stato di Modena la sezione austro-estense e l’archivio privato De Volo, che contiene le lettere private del duca. Ho preso in considerazione i due ritratti opposti delineati nella “Vita di Francesco V” di Teodoro Baiardo De Volo, ministro e amico del sovrano, e nel libello diffamatorio “Francesco IV e V di Modena”, commissionato da Luigi Carlo Farini a Ludovico Bosellini". —
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