Il Partito Trasversale (e perenne) degli Evasori Fiscali
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA. Sempre presente, e comunque all’opposizione, è di fatto il movimento traversale maggioritario in Italia: Partito degli Evasori Fiscali. Le più recenti stime sul totale dell’evasione non perseguita rilevano un dato vertiginoso: circa 107 miliardi di euro. E ogni volta che un governo – quello in piedi da agosto è il sessantaseiesimo della nostra storia repubblicana – si ripromette di mettere mano alla falla, trac, va a sbattere. O i provvedimenti sono come acqua tiepida o sono rimandati al chissà quando.
Vale la pena di ricordare semplicemente che se tutti dovessero pagare le imposte – l’Iva sopra tutte – il Paese, sgangherato nei conti e nella moralità sociale, recupererebbe l’equivalente dell’intero debito pubblico. L’evasione è dunque il vero, cronico e acuto male d’Italia. Perché fa saltare i conti. Perché è sintomo di un ammorbamento che affligge e sconfigge il nostro senso dello Stato.
La politica e i politici sono puntualmente ambigui sul tema dell’evasione fiscale, perché – essendo quello degli evasori un partito trasversale – sanno che ne va del loro tasso (non tassa) di gradimento. Se loro predicano l’abbassamento delle tasse il consenso sale, se loro auspicano la persecuzione degli evasori, il consenso scende.
Il premier Giuseppe Conte con la sua duplice e dissonante esperienza governativa può essere preso a campione. Nel precedente esecutivo gialloverde la lotta all’evasione non era esplicita, non figurava nelle priorità del celeberrimo Contratto perché l’allora vicepremier e ministro Matteo Salvini puntava tutto sulla Flat Tax al più o meno 15 per cento. La propaganda andava convincendo il popolo della bontà dello slogan “meno tasse per tutti”. Il problema è che nessuna tassa piatta può essere virtuosa se tutti non pagano le tasse.
Allora come oggi la pretesa che tutti paghino le tasse o la maggiore repressione per il gradimento politico sono programmi masochistici. Ora che Conte è il capo del Conte bis, ma giallorosso, ha immediatamente cambiato intonazione. Già il 24 settembre da New York il presidente del Consiglio seconda fase dichiarava la novità: “Un patto con tutti i cittadini onesti… Il vero problema, endemico, del nostro Paese, è la maggiore iniquità, bisogna pagare tutti per pagare meno tasse. Mi sto convincendo che bisogna intervenire radicalmente”.
Ancora il premier spiegava ciò che in questi giorni continua a ribadire: “Non si tratta di una singola misura, stiamo lavorando a un provvedimento complessivo come mai è stato fatto in passato. Voglio preparare gli italiani: se riterremo, dopo aver effettuato le simulazioni, che sia percorribile, chiedo un patto con tutti i cittadini onesti, di accettare questa sorpresa, questo provvedimento innovativo, per pagare meno tutti. Se vogliamo una svolta radicale, non bastano i palliativi”.
Fra le proposte – spero più marginali e bocciabili – vi è anche quella dell’istituzione di una lotteria periodica, con gran premio annuale, basata sul sorteggio degli scontrini fiscali. Più scontrini fiscali pretendi e conservi (del fruttivendolo e dell’idraulico) più avrai probabilità da un giorno all’altro di diventare milionario. Cioè, all’italiana, il reato fiscale potrebbe trovare una soluzione con il gioco d’azzardo statalizzato.
La pretesa dello scontrino fiscale e quindi la catena del rispetto dell’Iva da parte dei piccoli come dei grandissimi contribuenti, dovrebbe invece essere sostenuta dall’etica e dalla percezione culturale del rischio. Rischio che nel nostro Paese è sostanzialmente fiscale (economico) e non penale. Veniale. Basti pensare che le galere italiane non conoscono gli evasori, mentre in molti altri civilissimi e democratici Paesi costoro sono equiparati ai malfattori ordinari.
Perché evadere è un furto. E, sempre all’italiana, sembra che le verifiche fiscali avvengano sull’8 per cento delle operazioni. E che alla fine della trafila – che passa dalla verifica ai ricorsi fino alla richiesta di riscossione con tutte le penali – lo Stato recuperi soltanto il 6 per cento di quella parte di 8 per cento…
Non ce la faremo mai. Non ce la faremo mai, perché è trasversale anche la convinzione che larga parte dell’evasione fiscale in Italia, dal Meridione sempre depresso al Triveneto sempre dinamico, sia di sussistenza o indispensabile alle aziende per resistere. Com’è qualsiasi abuso, risolto con rapidità dai condoni e loro sinonimi (Fisco Amico, addirittura; Rottamazione delle cartelle, perdinci). L’evasione di sussistenza è teorizzata anche da personaggi e parti della sinistra. Lo Stato passa alla riscossione riconoscendo l’illegalità per decreto.
Non ce la faremo mai, perché appunto con la repressione la politica teme di perdere consenso. Non ce la faremo mai, perché il legislatore (non la Guardia di Finanza o il giudice di turno) ha deciso che l’evasore colossale che finisce sui giornali deve restare anonimo, e guai se noi giornalisti riuscissimo a identificarlo e nominarlo: il suo sarebbe un reato fiscale tutto da dimostrare, il nostro un delitto penale lampante, tutto da pagare.
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