Nando Dalla Chiesa: «A Reggio la ’ndrangheta non è sconfitta»
Intervista al figlio del generale Carlo Alberto, ucciso dalla mafia siciliana nell’82 Nel libro “Rosso mafia” un focus sul radicamento nella nostra provincia
La ’ndrangheta a Reggio Emilia? Si può sconfiggere, ma è necessario «volerlo davvero. Non dare ai mafiosi la possibilità di dire “qui comando io”». È una dichiarazione che getta speranza e invita a uno sforzo collettivo quella di Nando dalla Chiesa, accademico e scrittore figlio del generale Carlo Alberto, ucciso dalla mafia a Palermo il 3 settembre 1982.
Lo scrittore, noto per il suo impegno alla lotta alla criminalità organizzata in tutta Italia, ha da poco pubblicato il libro “Rosso mafia. La ’ndrangheta a Reggio Emilia”, edito da Bompiani e scritto assieme a Federica Cabras. Un saggio, una ricerca nella quale gli autori hanno indagato il fenomeno delle cosche calabresi che hanno sfondato nella patria dei fratelli Cervi, delle lotte antifasciste, della solidarietà. Com’è stato possibile questo autentico rovesciamento del senso comune? Dove nasce questo paradosso della democrazia italiana? Il libro risponde a questi interrogativi ripercorrendo, tra affreschi storici e cronache esemplari, una vicenda semisecolare e cercando i passaggi chiave della grande anomalia.
Perché proprio Reggio?
«Siamo stati chiamati dall’Istituto Cervi nel 2016 e ci è stata affidata una ricerca su Reggio Emilia da parte di LegaCoop, su sollecitazione di Albertina Soliani. Tutto è partito dalla presentazione di un mio libro, “Passaggio a Nord. La colonizzazione mafiosa”. È in questa occasione che la Soliani mi ha detto “facciamolo».
Perché rosso? Vede delle connessioni fra mafia e politica?
«Il colore è un riferimento alla storia del territorio reggiano. Anche dove è stata fatta la Resistenza, anche dove ci sono le cooperative, si può insediare la ’ndrangheta»
Il processo Aemilia ha dato un duro colpo alle cosche. Ma è finita?
«No, la ’ndrangheta a Reggio è tutt’altro che morta. C’è tanto da fare, si stanno allargando e quello che cerchiamo di dimostrare nel libro è la loro risalita verso nord attraverso il quadrilatero che tocca Mantova, Cremona, Piacenza a Reggio Emilia. Stanno conquistando nuove posizioni, non è che i processi chiudono un fenomeno altrimenti dopo il maxi processo non avremmo avuto più stragi».
Come uscirne?
«Occorre un contrasto sistematico e determinato, con gli spot non si riesce a vincere. Vuol dire entrare in profondità nei meccanismi, toccare l’informazione, ancora oggi nonostante il processo c’è chi è convinto che Reggio, Modena o Piacenza siano esenti dal fenomeno, ma non è così».
In che modo avete raccolto il materiale per scrivere il libro?
«Abbiamo fatto tante interviste, abbiamo letto gli atti giudiziari, visto trasmissioni televisive, letto atti parlamentari e documenti prefettizi su Reggio e Brescello, e la ricercatrice si è mescolata fra i parenti degli imputati durante il processo Aemilia, per capire gli umori e le reazioni».
Avete riscontrato difficoltà o resistenze nella ricerca sul campo?
«Una volta a Brescello la ragazza è stata inseguita in motocicletta, vicino ai portici. Da allora abbiamo cercato di usare tutte le precauzioni necessarie ed è stata accompagnata anche dai sindacalisti».
Ma vincere, contro la mafia, è possibile?
«C’è riuscita Palermo, dove si era in una situazione terribile, dove si pensava non si potesse fare più nulla. Reggio, se decidesse di farlo davvero, se ne può liberare, non bisogna dar loro la possibilità di dire “qui comando io”». —
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