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Fiere, l’ultimatum degli organizzatori «Chi ha il dovere di decidere lo faccia»

Fiere, l’ultimatum degli organizzatori «Chi ha il dovere di decidere lo faccia»

Gruppo cinofilo, Società ornitologica e Camer convocano tutti gli attori in campo per risolvere la crisi dell’area fieristica

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reggio emilia. Sono passate settimane, mesi e infine anni, ma la situazione delle Fiere, sommerse dai debiti, non si è sbloccata. Tanto che adesso, dopo un’attesa così lunga, scendono in campo gli organizzatori dei principali eventi che si svolgono all’interno di quei padiglioni: il Gruppo cinofilo reggiano, la Società ornitologica reggiana e il Camer. I rispettivi presidenti – Fausto Mattioli, Enrico Banfi e Maiko Rosati – hanno infatti firmato un appello, al quale aderisce anche Giancarlo Doardo (organizzatore del salone del cavallo), chiedendo una soluzione alla crisi e la convocazione, per venerdì alle Fiere, di un tavolo di confronto. Tavolo al quale sono stati invitati i maggiori attori in campo: il sindaco, Luca Vecchi, e i capigruppo in consiglio, il presidente della Camera di commercio, Stefano Landi, la commissaria giudiziale, Tiziana Volta, presidente e direttore di Terminal One, rispettivamente Guido Prati e Matteo Setti, e i media reggiani.

LE ASTE

La situazione delle Fiere è nota. E sono gli stessi organizzatori di eventi a ricordare che da 6 anni l’area vive in uno stato di precarietà, con l’intero quartiere fieristico soggetto a procedura di concordato. Le aste per la cessione vanno regolarmente deserte. Come avvenuto per l’ultima – la quinta – lo scorso 8 ottobre. Ma ora, scrivono i presidenti, «chi ha il dovere di decidere lo faccia, con cognizione di causa». A parte la ricchezza prodotta dagli eventi reggiani che porta lavoro e benessere in generale, proseguono i presidenti, «alcuni degli organizzatori trasferiscono parte della ricchezza prodotta con gli eventi e le attività collaterali in contributi ad iniziative di carattere solidaristico e di valore per tutta la comunità. Inoltre, alcuni eventi costruiscono progetti di formazione professionale dei giovani studenti di istituti reggiani. Valore stimato di tutte queste attività: 60-70mila euro all’anno. Ma un valore sociale da non sottovalutare è rappresentato anche dall’attività delle persone, che trovano la capacità di trasformare il loro hobby in un evento di interesse internazionale».

I CONTI

Parlando dell’aspetto economico, Mattioli, Banfi, Rosati e Doardo sottolineano che gli eventi organizzati nel 2012 (prima dell’inizio della crisi) generavano una media di 230mila visitatori all’anno, prevalentemente provenienti da fuori regione. Di questi, si stima che almeno 180mila persone, tra visitatori ed espositori, utilizzassero un albergo e servizi alla persona, lasciando nelle casse degli operatori reggiani almeno 20 milioni all’anno. Il giro d’affari alle Fiera era di almeno 80 milioni, mentre l’indotto stimato annualmente in provincia di almeno 60 milioni. Gli organizzatori ricordano come «il buco di Sofiser (gestione totalmente pubblica) è di 27 milioni una tantum, pari alla metà dell’indotto che gli eventi fieristici producono in un solo anno. Quindi, per un debito di 27 milioni, con la chiusura delle Fiere si perde una ricchezza per la città di valore economico almeno doppio. Ma ogni anno. Pare un’operazione alquanto maldestra che dovrebbe suggerire una attenta riflessione».

La domanda

Insomma, una situazione oggettivamente difficile da comprendere e che mette in difficoltà, ogni anno, tutti gli organizzatori di eventi alle Fiere. Tanto che la domanda dei presidenti, alla fine, è soltanto una: «Qualcuno vuole dirci se e quando si staccherà la spina alle Fiere?». E poi: «Siamo ad ottobre – sottolineano – gli eventi fieristici gestiti dalle nostre organizzazioni non sono sagre paesane, hanno rilevanza internazionale e richiedono una pianificazione almeno biennale. Ad oggi non sappiamo se nel 2020 ci saranno le condizioni per realizzare eventi, i primi dei quali sono a febbraio e marzo: il contratto di affitto in vigore nel 2019 scade il 31 dicembre. La procedura di concordato adottata è carente su questi aspetti e genera danni agli organizzatori. Vorremmo capire se ci sono le condizioni per vivere e operare nella nostra città e contribuire all’economia della comunità cui ci onoriamo di appartenere. Oppure, ci dicano che dovremo andarcene a fare del bene da qualche altra parte. Se questo sarà possibile». —

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