Il tesoro milionario di Muto sequestrato dall’antimafia
Dopo la condanna a 12 anni in Aemilia, sigilli a 73 proprietà immobiliari e società. La Dia di Bologna ha chiesto e ottenuto un decreto anticipato al tribunale
Nel 1997 aveva dichiarato al Fisco un reddito complessivo di 264 euro. Nel 2003 e 2004 l’antimafia aveva verificato che i suoi redditi iscritti nel modello Unico erano zero, mentre nel 2010 erano di 24mila euro, tenore che aveva mantenuto negli anni, accumulando però un patrimonio valutato dall’antimafia in 10 milioni di euro. Per la Direzione investigativa antimafia di Bologna quanto dichiarato da Antonio Muto non rispecchiava infatti il suo reale tenore di vita. A cambiare definitivamente il quadro per il 64enne imprenditore edile cutrese, è stata poi la condanna nel 2018 a Reggio Emilia a 12 anni di carcere nell’abbreviato del processo Aemilia perché considerato un partecipe all’associazione ’ndranghetistica egemone nella nostra provincia. Al di là della sperequazione reddituale, proprio quest’ultima condanna ha fatto scattare la misura di prevenzione patrimoniale emessa dalla Dia di Bologna tramite un decreto anticipato. Una misura che parla di sigilli posti a beni mobili e immobili per un valore di 10 milioni di euro, che colpiscono il grande patrimonio dell’imprenditore originario di Cutro ma domiciliato a Reggio Emilia, che in questi giorni ha presentato ricorso in appello proprio contro la sentenza di primo grado di Aemilia.
Il sequestro è stato eseguito quindi dalla Dia su provvedimento emesso dal tribunale bolognese e su proposta del direttore della Dia, il generale Giuseppe Governale.
La cifra milionaria è la somma dei sequestri e inquadra Muto come uno dei più facoltosi imprenditori finiti nel maxi processo contro la ’ndrangheta in Emilia. Il sequestro comprende infatti ben 73 immobili, tra fabbricati e terreni che si trovano in Emilia-Romagna e Calabria (dai magazzini ai vigneti agli appartamenti), una società immobiliare (La Nuova Quattro Emme srl) e 13 auto, oltre a numerosi rapporti bancari, intestati anche ai famigliari. Una parte consistente di questo patrimonio è presente a Reggio Emilia, città dove Muto si è trasferito nel 1977, considerato a disposizione di Nicolino Sarcone, conscio delle regole del clan e partecipante alla cena dei sospetti del 28 febbraio 2012 agli Antichi Sapori, in grado poi di imporre la cosiddetta guardiania al centro commerciale Le Vele di Parma. Poi la svolta giudiziaria, quando è stato arrestato nel 2015 e condannato, con rito abbreviato, nel 2018 dal tribunale di Reggio Emilia poiché coinvolto nell’operazione Aemilia insieme ad altre 202 persone, per associazione mafiosa. Muto è ritenuto perciò appartenente alla ’ndrangheta operante nel territorio che va da Reggio fino a Parma, Modena e Piacenza, storicamente legata alla cosca di Cutro, facente capo a Nicolino Grande Aracri. Il suo ruolo all’interno del contesto criminale di riferimento era anche quello di raccordo con pezzi della politica locale, sia per il rafforzamento e l’espansione economica del sodalizio, sia per l’influenza che la parte politica avrebbe potuto esercitare, al fine di contrastare le iniziative antimafia poste in essere dalle istituzioni. —
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