«Antonio Ciampà devoto a padre Cristian»
La moglie e un testimone rivelano i legami dell’imputato con il religioso. Sarcastico il pm : «Cos’è? Una conversione...»
Il cutrese 61enne Antonio Ciampà – detto “Coniglio” – è considerato dagli inquirenti il mandante dei due omicidi in odore di ’ndrangheta del 1992 (costati la vita a Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero) da alcuni mesi al centro del processo in Assise.
Ciampà è un imputato a piede libero dalla storia giudiziaria che lo vede formalmente incensurato per reati di criminalità organizzata, ma è stato indicato come reggente dell’omonima cosca fin dagli anni Ottanta da due collaboratori di giustizia (cioè Angelo Salvatore Cortese e Antonio Valerio). Dalle due testimonianze portate in aula ieri dal suo difensore – l’avvocato Luigi Colacino – spunta inaspettatamente uno spaccato di devozione religiosa del 61enne.
Ne ha subito parlato la moglie Teresina dello stesso Ciampà, spiegando che lei e suo marito sono stati molto legati a un «santo sacerdote», padre Cristian, morto cinque anni fa. La testimone, parlando di alcuni «ricordi» (foto, oggetti) del carismatico uomo di chiesa, ha detto di tenerci «più della mia vita» e di aver chiesto ai carabinieri, durante un sopralluogo in casa sua di un anno fa, di prenderli pure ma poi di restituirli. E che Antonio Ciampà fosse un fedelissimo del religioso lo conferma anche un altro testimone di Cutro (Salvatore Pasquale): «Si era formato un gruppo di fedeli – spiega – che portava in giro padre Cristian per tutta la Calabria: incontrava famiglie bisognose, persone malate che avevano bisogno di una parola di conforto, alcuni chiedevano la grazia. Anche Ciampà lo portava in giro, è capitato di farlo insieme. Un servizio durato una quindicina d’anni. Poi Padre Cristian è scomparso, il suo ultimo recapito era in una struttura religiosa vicino a Paola».
Finita questa seconda testimonianza, sui rapporti fra Ciampà e quest’uomo di fede è intervenuto sarcasticamente il pm Beatrice Ronchi chiedendo se padre Cristian avesse anche provveduto alla “conversione” di Antonio Ciampà...
Ironia che scatena un botta e risposta con l’avvocato Colacino, con sullo sfondo il nesso sfumato del sacerdote citato con l’oggetto del procedimento. Invece i difensori di Nicolino Grande Aracri (considerato pure lui dal magistrato della Dda di Bologna il mandante dei due delitti) hanno fatto deporre tre ex componenti della polizia scientifica (gli ispettori Pasquale Moggia, Pierino Casilli e Piero Marotta) che operarono a Reggio Emilia – il 21 settembre ’92 – sulla scena del delitto di Nicola Vasapollo. Gli avvocati Filippo Giunchedi e Gianluca Fabbri con le loro domande hanno cercato di far ricordare ai tre testimoni la metodologia applicata allora sul posto dell’omicidio (l’uso dei guanti e delle pinzette metalliche, la numerazione dei reperti, la valigetta del sopralluogo a portata di mano, la cristallizzazione di quanto trovato, lasciando le ipotesi investigative alla squadra mobile) e dall’analisi delle fotografie scattate 27 anni fa è uscito qualche spunto: spararono due pistole differenti, il fatto che il cadavere fosse dalla cintola in giù sotto il tavolo poteva essere la conseguenza di un disperato tentativo di ripararsi dai colpi esplosi da chi lo voleva morto.
Il pm Ronchi ha infine depositato delle integrazioni alle indagini e, sulla base di queste, ha chiesto di ascoltare il maresciallo dei carabinieri Emidio D’Agostino, del nucleo investigativo di Modena, incaricato dei riscontri alle dichiarazioni del pentito Valerio. —
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