Il questore, Marwa Mahmoud e il buonsenso
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
Quella avvenuta fra Antonio Sbordone e Marwa Mahmoud più che una stretta di mano è stata una strettoia. Il questore di Reggio Emilia martedì, ospite del Rotary, aveva parlato dell’eventualità di corsi di legalità per i figli degli immigrati.
La prima a insorgere su Facebook (luogo privilegiato anche dai politici domestici) è stata la consigliera comunale Pd che ha ravvisato discriminazione ed espresso sconcerto per le parole del responsabile della sicurezza e l’ordine pubblico.
Per chiarezza è bene riportare il cuore della cronaca della serata: “La nostra città è abbastanza sicura? Lamenta dei punti particolarmente vulnerabili? Cosa possiamo fare per rafforzare la tranquillità collettiva? Sono alcuni quesiti che i rotariani hanno posto al questore, Antonio Sbordone, al termine della sua relazione incentrata sulla correlazione fra “Sicurezza sociale e sviluppo economico”. A tal proposito colpisce l’idea del questore di promuovere percorsi di formazione alla conoscenza della legislazione italiana per i figli degli immigrati. «Non hanno la possibilità di apprendere in famiglia alcune regole di educazione civica – osserva Sbordone – e allora, dai 6 anni in avanti, dovremmo insegnargliele noi. Altrimenti finiscono per aderire a gruppi di sbandati causando danni a sé stessi e agli altri». Quando era a Ferrara avviò specifici corsi”.
Immediato il post di Marwa Mahmoud, nata in Egitto: “Son sconcertata dalle dichiarazioni del #Questore di #ReggioEmilia che sostiene di voler promuovere percorsi di formazione alla conoscenza della legislazione italiana per i figli degli immigrati. Mi chiedo se li abbia mai conosciuti, ci abbia mai interagito o dialogato? È per caso una colpa nascere figli di genitori che decisero di migrare?”.
Sempre la Mahmoud: “L’educazione civica caro #Questore andrebbe promossa, tra i banchi di scuola, per tutti i bambini senza alcuna discriminazione! Da Lei mi aspetto ben altro: la tutela e la salvaguardia dei cittadini, grandi e piccini, in ugual misura. E rispetto a questa sua dichiarazione attendo delle scuse, disponibile ad incontrarla per dialogare e farle conoscere il volto orgoglioso di una figlia di migranti”.
Questore e consigliera venerdì mattina si sono visti, parlati e spiegati. Incidente chiuso, che però ha aperto o riaperto un circuito elettrico ad alto voltaggio con un nome preciso: migrazione e migranti a Reggio Emilia. Nome di un fenomeno che a seconda dei punti di vista vien visto, non visto, considerato o sconsiderato con quella rettorica che in due e due quattro riduce la discussione alla prassi del “politicamente corretto”.
Ho scritto rettorica apposta con due t (lessicalmente è corretta), per rafforzare il senso di un atteggiamento, di un’adesione, di una reazione dentro le quali bisogna essere allineati. Io no.
Mi spiego. Ritengo che il “politicamente corretto” possa produrre ipocrisia, scatenare come effetto indesiderato proprio l’incomprensione. L’ignorare.
Nel caso specifico il tema al quale il questore aveva fatto riferimento e trattato nella serata rotariana: l’abbandono scolastico, la creazione e riproduzione di gruppi emarginati di ragazzi nella stessa condizione (non razziale, ma culturale, sociale e di mancata integrazione), infine il rischio di comportamenti e azioni “oltre”.
Immagino che l’ipotesi di Sbordone circa il corso sulla legalità abbia un carattere pratico: incontrarli, toglierli dalla strada, riportarli a scuola. Propositi anti-rettorici, evocati da un questore. Che in questa pagina è criticato anche dal presidente di Mondinsieme Matteo Rinaldini. Propositi che cozzano con il carattere teorico del “politicamente corretto”: anche gli italiani però… e i reggiani no?... qui si fa discriminazione… sono uguali a noi… a volte siamo peggio noialtri. Sino al raggiungimento di quell’altra rettorica che a Reggio Emilia sbandiera le cento e passa nazionalità qui conviventi come il risultato straordinario di una integrazione realizzata. Balle.
Il degrado c’è. Tanti degradi ci sono. La preoccupazione espressa ad alta voce dal questore non era quella per la Città Fantasma delle ex Reggiane o del quartiere-Babele della stazione ferroviaria, ma per una generazione di giovani, giovanissimi da accogliere, con Ius Soli o Ius Culturae non importa, da annoverare come cittadini italiani. Concittadini.
Oppure Sbordone voleva rammentare la sua esperienza a Ferrara, dove ha promosso corsi per i figli dei profughi, dei rifugiati, degli ospiti dei Centri di accoglienza, come si fa con l’insegnamento dell’italiano.
Quando nel post Marwa Mahmoud ha chiesto al questore un confronto per fargli conoscere il suo “volto orgoglioso di una figlia di migranti”, ha parlato per lei. Che s’è realizzata, ha studiato, lavora, ci rappresenta come consigliere comunale. Ma purtroppo non può rappresentare tutti. Siccome lei fa politica dovrebbe sapere che i giornali hanno un nome, il nostro è Gazzetta di Reggio: quella che ha pubblicato il resoconto.
Dovrebbe sapere che generalizzando un fenomeno (le difficoltà di una generazione di figli di immigrati) si rischiano due drammi: non affrontarlo/curarlo, e alimentare il razzismo. Quest’ultimo orribile preconcetto viene sconfitto dalle iniziative concrete – dai fatti - non da un atteggiamento “politicamente corretto”, cioè liberatorio.
Qui c’è la contraddizione, l’ipocrisia, che Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi ha straordinariamente descritto e che il questore ha utilizzato in chiusura del suo discorso, martedì: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. —
s.scansani@gazzettadireggio.it
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