Corsi di legalità per i figli dei migranti Ma di chi state parlando? E su quali basi?
Sulle dichiarazioni di Sbordone e l’editoriale di Scansani interviene nuovamente il presidente di “Mondinsieme” «Su una categoria molto ampia è stata costruita una generalizzazione grossolana». L’attitudine a delinquere
LA LETTERA
MATTEO RINALDINI*
Caro Direttore, sento l’esigenza di rispondere all’editoriale che lei ha scritto domenica perché mi trovo in profondo disaccordo con la sua interpretazione della polemica scaturita dalle dichiarazioni del Questore Sbordone. L’esigenza di andare oltre il politicamente corretto a cui lei si riferisce nel suo editoriale quando commenta le posizioni della consigliera comunale Mahmoud, dei sindacati e del sottoscritto non c’entra niente. Il problema è ben più profondo e se tutto viene declinato in termini di politicamente corretto o scorretto si perde un’occasione per riflettere (come anche l’assessore Marchi invita a fare attraverso le pagine della Gazzetta di Reggio del 21 ottobre). Strettamente collegato a questo problema c’è poi la questione di contenuto che lei pone, ma anche su questo punto mi permetto di complicare un po’ la questione.
sono importanti
Rispetto al primo punto, è necessario tenere presente è il fatto che le parole sono importanti perché hanno il potere di contribuire a costruire interpretazioni della realtà ed evidentemente le interpretazioni della realtà si collegano strettamente al come si intende agire su di essa, i “fatti”, come lei li definisce. Le parole inoltre sono ancora più importanti quando sono pronunciate o scritte da coloro che con le parole lavorano. Chi lavora con le parole ha il dovere di pensare attentamente, prima di utilizzarle, a che cosa esse significhino. Se poi chi lavora con le parole ricopre anche un incarico pubblico, rappresenta le istituzioni o fa un lavoro che gli permette di comunicare con una platea larga ha anche una responsabilità in più, perché in questo caso le parole hanno un peso specifico maggiore nel contribuire a costruire categorie interpretative collettive.
Un Questore, un Consigliere comunale, un Presidente di una Fondazione o un Direttore di un quotidiano sono quindi tra i primi che dovrebbero essere consapevoli del fatto che le parole sono armi da maneggiare con cura. Non si tratta quindi di esprimersi in modo politicamente corretto, ma di esprimersi in modo corretto e basta. Quando il questore parla dei “figli degli immigrati” come soggetti che non hanno la possibilità di apprendere in famiglia le regole civiche utilizza una categoria molto ampia (tutti coloro che, nati qui o altrove, sono figli di genitori immigrati da qualsiasi paese e arrivati in qualsiasi periodo) su cui costruisce una generalizzazione grossolana (tutti i ragazzi appartenenti a questa categoria hanno famiglie non in grado di trasmettere regole civiche) e ha quindi ragione la consigliera comunale Mahmoud a chiedersi di chi stia parlando.
termini fuorivianti
Forse la consigliera comunale Mahmoud, i sindacati e di sicuro il sottoscritto hanno semplicemente fatto presente che alcuni termini generalizzanti sono rischiosi e fuorvianti. E mi pare che in linea di massima, da quel che ho letto nel suo editoriale, lei convenga sull’uso improprio dei termini generalizzanti, anche se mi sfugge il motivo per cui la generalizzazione “i giornali” al posto della “Gazzetta di Reggio” meriti di essere stigmatizzata, mentre altre generalizzazioni, come quella di cui ci stiamo occupando, sarebbero meno importanti. Nel suo editoriale, infatti, lei sembra minimizzare le reazioni che le parole del Questore hanno provocato in nome di una sorta di principio del “guardare meno a come si definisce qualcosa e fare più attenzione a cosa si intende dire!”, ma il come si definisce qualcosa è importante perché, come ho scritto sopra, dice molto su come si legge la realtà e cioè attraverso quali schemi, categorie, ecc... la si interpreta. Qualche settimana fa leggevo di un presidente di un’importante squadra di calcio italiana che in riferimento ad alcuni episodi di razzismo avvenuti negli stadi ha dichiarato: “I buu li fanno anche ai giocatori che hanno la pelle normale, bianca”. Una dichiarazione di questo tipo non ci fa capire solo che questo presidente crede che i buu vengano fatti a tutti i giocatori a prescindere dalla loro provenienza, ma anche che il mondo, secondo lui, si divide tra chi ha la pelle normale, quella bianca, e chi ha la pelle non normale, quella non bianca.
schemi e categorie
Tornando alle parole del Questore, mi chiedo: con quale schemi e categorie sta interpretando il mondo e contribuisce, attraverso i suoi interventi al Rotary, a farlo interpretare? Che tipo di azioni, di “fatti”, possono nascere da questi schemi e categorie? Il Questore, mi si dirà, si riferiva in realtà ai soli figli dei richiedenti asilo. Se così fosse, al di là del fatto che si possa essere più o meno d’accordo (davvero i figli dei richiedenti asilo hanno come priorità l’educazione civica? Io avrei detto invece che avesse la precedenza la garanzia di potere pensare insieme ai loro genitori ad un progetto di vita dignitosa qui), il Questore ha comunque utilizzato i termini “figli degli immigrati” in modo superficiale contribuendo, nella percezione di chi ha letto o ascoltato le sue parole, a ridurre un fenomeno complesso e articolato come l’immigrazione ad una sola componente di essa, appunto, i richiedenti asilo. Onestamente, Direttore, abbiamo bisogno di semplificazioni e approcci superficiali a questioni complesse come quelle che abbiamo di fronte? Mi si può ancora obiettare che forse le parole del Questore, decontestualizzate dalla situazione e dal discorso più complessivo in cui sono state pronunciate, sono risultate travisabili e hanno dato adito a interpretazioni sbagliate. In questo caso credo che la responsabilità ricada su chi ha riportato le parole del Questore senza contestualizzarle, lasciando che il significato potesse essere distorto, e ritorniamo alla questione che le parole sono importanti, sono armi, strumenti formidabili da maneggiare con cura e anche i giornalisti dovrebbero esserne consapevoli, altrimenti fanno un cattivo servizio ai cittadini. Il politicamente corretto, come vede Direttore, non c’entra niente.
reggiocentrismo
Veniamo al secondo punto, il contenuto, ovvero l’esigenza di prendere atto del fatto che nel nostro territorio ci sarebbero “tanti degradi” tra cui anche quelle che lei definisce “le difficoltà di una generazione di figli di immigrati”. Preciso immediatamente che non trova in me un sostenitore ad ogni costo della virtuosità di Reggio Emilia, né un esaltatore della specificità reggiana. Anzi, chi mi conosce sa bene che ho sempre sentito questa sorta di “reggiocentrismo” soffocante e talvolta anche dannoso per la nostra stessa città. Ho sempre guardato con diffidenza alle narrazioni che assumono Reggio e la sua storia come un’eccezione, qualcosa di diverso dal resto del mondo. Al contrario ho sempre pensato che i momenti del passato in cui questo territorio è stato importante hanno coinciso con le fasi in cui Reggio Emilia è riuscita a percepirsi come parte integrante del mondo e non qualche cosa di completamente altro. Scrivo questo perché sono convinto che è necessario prendere coscienza del fatto che Reggio è stata investita da ormai più di 40 anni, come tutte le altre città italiane e non solo, da un processo socioeconomico e culturale di portata globale, l’immigrazione; e anche a Reggio, come in tutte le altre realtà, l’immigrazione ha portato con sé enormi risorse (materiali e immateriali), ma inevitabilmente anche criticità. Dunque concordo con lei quando esprime insofferenza per la retorica incondizionatamente edulcorata dell’integrazione a Reggio e quando ritiene che tale retorica rischia di rendere ciechi rispetto alle criticità che anche in questa città sono presenti. Bisognerebbe mantenere sempre un equilibrio, lo dico da Presidente di una Fondazione Interculturale, nel descrivere e valutare fenomeni complessi come quello dell’immigrazione e dell’integrazione ed evitare sbandate celebrative come se Reggio fosse l’eden in terra o visioni catastrofiche come se Reggio fosse comparabile alla Beirut degli anni Ottanta. Appunto però, equilibrio. A Reggio come in tutte le altre città vivono figli di immigrati che sono riusciti a costruirsi un percorso di integrazione e figli di immigrati che sono più in sofferenza e sarebbe un’operazione che lascia il tempo che trova quella di mettersi a far di conto per stabilire se sono più i primi o i secondi e sulla base del risultato sancire se Reggio integra o esclude.
gruppi di sbandati
Tuttavia le parole del Questore che lei ha ripreso nell’editoriale non si riferivano a difficoltà qualsiasi dei “figli degli immigrati”, ma al fatto che questi finirebbero per “aderire a gruppi di sbandati causando danni a se stessi e agli altri” (leggi criminalità) a causa dell’incapacità delle loro famiglie di educarli civicamente. Non nascondo che a leggere questa relazione causale istituita dal Questore, come ho anche scritto in un precedente comunicato stampa, sono rimasto scorato. È evidente, infatti, che i gruppi di sbandati, come li definisce il Questore, attraggono sia figli di immigrati che figli di italiani e dunque mi si deve spiegare bene su quali basi se ne deduce che i primi avrebbero un contesto famigliare non educante civicamente che necessita di essere compensato con programmi di educazione civica dall’esterno, mentre i secondi no.
È una questione di statistica? La percentuale di ragazzi figli di immigrati che commettono crimini è maggiore dei ragazzi figli di italiani?
A riguardo mi permetto di invitare a fare molta attenzione alla lettura delle statistiche (spesso contraddittorie) relative alla relazione tra immigrati (o figli di) e criminalità per evitare di diffondere notizie approssimative, dati viziati da forti bias e fare cattiva informazione. In tutti i casi, pur non sottovalutando l’importanza del contesto famigliare nell’educazione dei ragazzi, lascia davvero perplessi l’operazione di ricondurre la loro attitudine a delinquere alla mancanza di regole civiche apprese in famiglia, senza prendere in considerazione altre dimensioni come il sistema formativo in cui sono inseriti, il clima culturale in cui sono immersi, le prospettive lavorative che hanno di fronte, la loro situazione di soggiorno, le risorse economiche e sociali di cui dispongono, ecc ...
Scommettiamo, Direttore, che se osserviamo lo stesso problema dell’attitudine a delinquere dei ragazzi in questa prospettiva più allargata, la variabile esplicativa “origine della famiglia” si attenua o addirittura scompare? —
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