Così la corte di Aemilia descrive nella sentenza la festa del Crocifisso
REGGIO EMILIA. Nelle motivazioni della sentenza di primo grado di Aemilia (relativa al versante del rito abbreviato) si fa riferimento alla deposizione del 18 luglio 2017 – nell’aula-bunker – di Graziano Delrio e specificatamente al viaggio a Cutro nel 2009: «Alla festa religiosa del Crocifisso nel 2009, in coincidenza con elezioni comunali a Reggio Emilia parteciparono diversi candidati alle elezioni comunali ed europee. Questi fatti – scrivono il presidente Francesco Caruso e i giudici Cristina Beretti ed Andrea Rat – che ovviamente non influiscono sulla coscienza antimafia degli amministratori reggiani e sulle innumerevoli virtuose iniziative da loro adottate in un'ottica generale, suscitano tuttavia riflessioni sulla capacità dell’organizzazione ’ndranghetista di avvicinarsi all’amministrazione, mimetizzandosi nelle mille forme associative. È del tutto evidente – rimarcano – che si sia trattato di approcci politici indiretti, mascherati dietro la parvenza di impegno a tutela di interessi comuni di tutti i cittadini e imprenditori di origine calabrese stabiliti nel Reggiano». Relativamente, invece, alla testimonianza di Delrio in aula, i giudici entrano più nello specifico sul radicamento mafioso: «Nel corso dell’esame testimoniale, l’ex sindaco di Reggio Emilia ha sostanzialmente ripetuto quanto risulta dalle sit (cioè le sommarie informazioni rese alla Dda il 17 ottobre 2012, ndr) in merito alle segnalazioni di rischi generici di possibili infiltrazioni mafiose all’interno di appalti attraverso il metodo del massimo ribasso, della mancanza da parte sua di percezione diretta di episodi riconducibili all’operare della consorteria. Ha poi affermato di avere avuto conoscenza di fatti connessi alla presenza della consorteria nel territorio, segnalati ed inseriti nella relazione al bilancio del Comune di Reggio Emilia del 2006». Per la Corte dalle complessive dichiarazioni di Delrio «emerge un quadro chiaro di consapevolezza generale del radicamento di locali di 'ndrangheta anche nel territorio emiliano nel recente passato (la cosca Dragone prima e la cosca Grande Aracri poi), nonché la viva percezione del rischio di un ripetersi ciclico della storia, basata su specifiche segnalazioni da parte di altri rappresentanti delle istituzioni, quali il presidente della Camera di Commercio Enrico Bini e il prefetto Antonella De Miro». —
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