Mediopadani in crisi di mediocrità
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul futuro della città è la Stazione AV. Nonostante il destino tracciato l’infrastruttura sembra essere oltre la linea dell’orizzonte di Mancasale
REGGIO EMILIA. Inerpicate, immerse, oblique, incuneate, ammucchiate in un grande e troppo stretto accrocchio. Se la linea sinuosa della Stazione Mediopadana è un paradiso architettonico e grafico, lì da basso si eternizza la bolgia delle auto: il parcheggio striminzito e affollato, la pena inflitta ai pendolari e l’echeggiare di improperi e bestemmie sono un niente rispetto a quel che è per davvero ogni giorno il vanto di Reggio: una vergogna.
Così abbiamo deciso di descrivere l’acquitrino mediopadano sperimentato dopo una notte di pioggia, la mattina di giovedì. Ma la vergogna è roba datata, anche con la polvere d’estate. Persevera. E se davvero la struttura progettata da Santiago Calatrava - inaugurata l’8 giugno 2013 con un investimento di 79 milioni di euro, l’utilizzo di 14mila tonnellate di acciaio per una lunghezza di quasi mezzo chilometro contrappuntata da 457 portali - è il segno particolare di Reggio Emilia, allora qui non si è ancora capito che cos’è quella stupefacente cosa bianca e ondivaga. Qui è un corpo estraneo.
Al non previsto successo di corse e utenze vanno coniugandosi inerzie e i ritardi che rendono scandalosi i servizi. La politica, dunque, non ha svolto il suo compito elementare: programmare e risolvere. Uno: l’amministrazione doveva pronosticare la crescita di quella stazione. Due: l’amministrazione deve immediatamente porla fra le questioni strategiche. In caso contrario la cosiddetta mediopadanità di Reggio Emilia diventa uno scioglilingua. Anzi, v’è il rischio di cambio di significato: non nel mezzo della Padania, ma nella mediocrità.
I numeri parlano. Attualmente si servono della Stazione Reggio Emilia AV 4.100 persone al giorno, quindi in un anno l’infrastruttura - che è l’unica fermata intermedia fra Bologna e Milano - serve quasi un milione e mezzo di passeggeri. Dimensioni quindi macroscopiche, sostenute dal fatto che attualmente le corse quotidiane di Trenitalia e Italo che fermano a Reggio Emilia sono 71 contro le 16 di sei anni fa.
Bisogna convenire allora che il fenomeno non è invisibile. Poi basta un confronto semplice per stabilire le insufficienze dei servizi rispetto al “lavoro” dell’infrastruttura: la dotazione complessiva e ufficiale del parcheggio sarà di 1.200 posti auto contro i già citati 4.100 passeggeri che lasciano i loro mezzi in sosta davanti all’onda di Calatrava. Se si considera che la larghissima maggioranza degli utenti dell’Alta Velocità raggiunge la stazione con una sola persona per auto (cioè il conducente) la sproporzione è fatta. La fame di parcheggi è smisurata.
Credo saranno insufficienti anche i 430 nuovi stalli che il Comune ha annunciato mille giorni fa, e il cui cantiere dovrebbe partire a novembre, dopo un bando accidentato fermo da febbraio. Or dunque, una pezza d’asfalto (con i suoi rondò, le sue strisce e l’estensione del pagamento) sarà effettivamente una pezza cucita al problema.
Problema che neanche si risolverà con l’introduzione dell’andirivieni di una navetta di collegamento con l’area delle Fiere, e men che meno con la sollecitazione a usare i mezzi pubblici per chi arriva dalla città di Reggio Emilia (bus dedicati e la cosiddetta metropolitana di superficie).
La maggior parte dell’utenza proviene da quell’area che è disegnata dal nome della Stazione: Mediopadana. I passeggeri arrivano da Modena, Parma, Mantova, Cremona, dal cosiddetto conglomerato urbano e produttivo del baricentro della Valle del Po, e Reggio al riguardo è divenuta la comoda e funzionale periferia di Milano e di Bologna: uno snodo di soli due binari, nord-sud, direzione Europa, direzione Roma.
Un’infrastruttura del genere è di conseguenza idonea per l’uomo d’affari, il turista, il lavoratore pendolare. Altrimenti questa Stazione non avrebbe senso. Sarebbe una non insolita cattedrale nel deserto. Ma considerato che invece un senso ce l’ha, enorme, dovrebbero fornirle una corrispondente elevatezza di servizi intorno, fuori.
Va chiesto allora se, al di là della pezza d’asfalto un brano per volta, esiste uno studio di prospettiva sulla Stazione Reggio Emilia AV, su quel che essa sarà fra cinque, dieci, vent’anni. Come evolveranno i flussi, le esigenze, gli orientamenti, i centri attrattivi con cui Reggio dovrà confrontarsi e strutturarsi (ecco perché i conflitti provinciali con Parma e Modena sono folklorici).
Serve una presa di coscienza e una presa in carico: la Stazione AV è Reggio. Non è un’opera in zona Mancasale... cioè all’orizzonte appena visibile. È al contrario il futuro di Reggio Emilia. Cosicché il caos, il fango, l’estenuazione degli utenti intorno alla struttura sono vergognosi. Ci mancherebbe che la nostra città “perdesse il treno” che s’è portata in casa.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
