Prostituzione e riti woodoo, tre condanne
Tredici anni alla “madame” e al marito: tennero in scacco due nigeriane di cui una 16enne. Sei anni al reclutatore in Africa
In Assise irrompe una cupa storia che dalla Nigeria approda a Reggio Emilia ed è datata fra il 2016 e il 2017, con due donne (di cui una minorenne, aveva 16 anni) costrette a prostituirsi in strada dopo un viaggio allucinante e rischiosissimo in gommone dalla Libia alle coste siciliane.
Come ha spiegato – nella requisitoria – il pm antimafia Roberto Ceroni, la vicenda era venuta a galla grazie all’associazione reggiana Rabbuni che si prefigge di aiutare le prostitute e dar loro la forza di uscire da quel tunnel di sfruttamento. E immancabile spunta la pressione fatta attraverso un rito woodoo che per le credenze nigeriane può avere effetti anche sui familiari. Dai racconti delle due donne (che, controllatissime, abitavano insieme in via Veneri) e le successive ricostruzioni fatte dagli inquirenti escono brutali particolari: l’inganno in Nigeria di un lavoro in Italia come commessa, il viaggio – fra diversi passaggi di mano – verso il nostro Paese, l’arrivo in un centro di prima accoglienza italiano dove poi le due “prede” venivano fatte fuggire, le minacce e botte per farle prostituire (veniva tutto organizzato, dai luoghi di incontri con i clienti fino ai preservativi da usare nei rapporti sessuali). Le due nigeriane avrebbero fruttato 25mila euro (la minore) e 20mila euro (la maggiorenne) ai loro aguzzini. Il pm punta l’indice contro la madame (cioè la 46enne Eunice Agbonze) e il marito 49enne Augustine Osazuwa, accusandoli di sfruttamento della prostituzione (in un caso minorile), riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, tratta di persone e aver favorito l’immigrazione clandestina (per quest’ultimo reato vengono tirati in ballo il marito e il 43enne Festus Esezobor). Per tutto ciò nel giudizio con rito abbreviato il magistrato della Dda chiede 10 anni di reclusione per marito e moglie, 6 anni di carcere per Esezobor. Accuse contrastate dai difensori , cioè Vainer Burani per i coniugi nigeriani e la collega bresciana Chiara Sabbadini per il terzo imputato. Non durerà molto la camera di consiglio della Corte presieduta da Cristina Beretti (a latere il magistrato Donatella Bove e i giudici popolari) che esprime una sentenza di condanna ancora più dura di quanto richiesto dall’accusa: 13 anni e mezzo per Osazuwa, 13 anni per la madame e 6 anni per Esezobor. «Faremo appello – replica a fine-udienza l’avvocato Burani – perché i fatti contestati non sono provati». —
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