Gazzetta di Reggio

Reggio

Addio alla staffetta Nives Menozzi che fece la Resistenza

Alessandro Cagossi
La partigiana Nives Menozzi è morta a 93 anni
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La partigiana Nives Menozzi è morta a 93 anni

Novellara, "Edera", il nome di battaglia partigiano, è morta a 93 annni. La sua storia pubblicata nel libro di Rolando Cavandoli e nel documentario di Daniele Mussini e Simone Oliva

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NOVELLARA. Si sono tenuti giovedì 31 ottobre i funerali di Nives Menozzi, una delle ultime testimoni della Resistenza novellarese. Scomparsa all’età di 93 anni, lascia i figli Enos e Cinzia, la sorella Luciana e tanti nipoti. Sia nel libro “Antifascismo e Resistenza a Novellara”, scritto nel 1981 da Rolando Cavandoli, sia nel documentario “Teatro di guerra”, prodotto nel 2005 dal Comune di Novellara e realizzato da Daniele Mussini e Simone Oliva, Nives Menozzi aveva raccontato la sua esperienza di staffetta partigiana, con il nome di battaglia “Edera”.

«Nella Resistenza – aveva detto – mi avevano coinvolto dei parenti. La prima volta mi avevano dato della stampa che mi ero nascosta sotto i vestiti, poi con l’oscurità della sera sono andata ad attaccarli ai pali della luce. Col tempo ho fatto sempre di più, per aiutare a salvare vite, agendo nella clandestinità antifascista». Nives Menozzi ha raccontato anche l’episodio dell’assalto al magazzino del grano, una sommossa organizzata dalle donne partigiane di Novellara. «Mentre noi pativamo la fame, tutti i giorni il grano veniva portato via dai camion dei nazisti. Siamo quindi andate al magazzino, abbiamo forzato le serrature e siamo riuscite a prendere molti sacchi. Quando i fascisti sono arrivati dalla caserma, hanno sparato contro di noi, ferendo una ragazza. L’abbiamo portata all’ospedale di Novellara, ma i fascisti ci avevano seguito, riuscendo a catturare me e un’altra staffetta, Irne Turci».

«Ci misero contro il muro per spararci, con le rivoltelle puntate alla tempia, quando la Turci tentò la fuga – raccontava –. A quel punto i fascisti puntarono contro di lei la mitraglia per ucciderla, ma io mi sono interposta accusandomi come unica responsabile della sommossa. Dopo aver dato le nostre generalità, promettemmo che ci saremmo presentate il giorno dopo alla casa del Fascio; in realtà ci demmo alla macchia nelle case di latitanza. Riuscimmo così a evitare la morte».

Un altro episodio è legato al Natale del 1943, quando la Menozzi, assieme a un partigiano, fu fermata a un posto di blocco dai fascisti: «Il mio compagno tremava come una foglia dalla paura, loro se ne erano accorti e si insospettirono. Ma io dissi agli agenti: “Non vedete che veste di stracci e ha un freddo cane?”. Loro mi credettero e ci fecero andare. Anche quella volta riuscimmo a scamparla».

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