Tentato omicidio, assolto Gino Renato «Non fu lui a sparare a Vito Lombardo»
A nove anni dal tentato omicidio ribaltata in Appello la sentenza. La difesa: «Sempre creduto nella sua innocenza»
«Assolto per non aver commesso il fatto».
A circa nove anni da un fatto di sangue che solo per miracolo non finì in tragedia, la terza sezione della Corte di appello di Bologna ha ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo il cutrese 74enne Gino Renato dall’accusa di tentato omicidio nei confronti dell’imprenditore edile Vito Lombardo (quest’ultimo scomparso di recente a 71 anni per le conseguenze di una polmonite). Un colpo di scena che arriva – ieri nel tardo pomeriggio – dopo circa tre intense ore di dibattimento, a cui ha fatto seguito un’ora e mezza di camera di consiglio. Una sentenza accolta come una liberazione dall’imputato presente in aula con i familiari più stretti. Una mazzata tremenda per la famiglia Lombardo (la moglie e le tre figlie) che al lutto per la perdita del congiunto, ora assommano il ritrovarsi senza un colpevole per quanto accadde a sera del 23 novembre 2010 in via Nubi di Magellano, a Coviolo: Vito stava facendo la solita camminata serale quando, all’improvviso, si era trovato di fronte un uomo che puntava la pistola contro di lui per poi scaricargli addosso 4-5 colpi e fuggire. Salvatosi da quell’agguato grazie ad un tempestivo intervento chirurgico, Lombardo ha sempre indicato per quel tentato omicidio una persona che conosceva, cioè il compaesano Gino Renato, poi condannato in primo grado a 12 anni e 2 mesi di reclusione. Ma ora la Corte d’appello spazza via quella condanna. Non nascondono soddisfazione i due difensori Noris Bucchi e Luigi Colacino: «Io e il mio collega – spiega al telefono Bucchi – siamo sempre stati convinti dell’innocenza del nostro assistito. Proprio per questo abbiamo scelto il dibattimento anziché un giudizio abbreviato, perché abbiamo voluto che venissero approfonditi i temi di questo processo. E lo scrupolo della Corte ha consentito di vagliare tutti i temi sollevati dalla difesa nell’atto di appello».Ma quali sono le vie intraprese dalla difesa per dimostrare l’innocenza dell’imputato? Innanzitutto la mancanza di un movente, cioè l’assenza di un rapporto che legasse Renato a Lombardo. Poi l’esito della perizia psichiatrica sulla vittima – effettuata dal dottor Marco Lagazzi di Milano – per accertarne la lucidità nel momento in cui diede ai carabinieri la sua versione dell’accaduto, facendo il nome di chi gli aveva sparato. Per i due difensori «le risposte del perito accentuano ulteriormente i dubbi». Sempre la difesa ha rimarcato la contradditorietà quella sera nel comportamento di Lombardo che, in strada, ai soccorritori disse che era in preda ad un infarto, per poi più avanti in ospedale spiegare di essere stato attinto da colpi d’arma da fuoco (al torace e all’anca, ndr). Il collegio giudicante ha valutato anche i verbali di alcuni interrogatori affrontati dal pentito Antonio Valerio – in altro procedimento e davanti alla Dda di Bologna – in cui si sarebbe soffermato sul tentato omicidio. Il sostituto procuratore generale Valter Giovannini aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado. La Corte è stata di diverso avviso. —
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