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LA DOMENICA

Il Correggio di Dresda è antinazista

Il Correggio di Dresda è antinazista

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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In origine stava nella chiesa di San Prospero di Reggio Emilia. Insuperabile pezzo di pittura, alla “Adorazione dei Pastori” del Correggio venne subito imposto un secondo nome, così come si fa con i soggetti superlativi: “La Notte”. Perché l’artista reggiano dipingendola fra il 1529 e il 1530, per conto del danaroso Alberto Pratonieri, vi profuse ogni suo virtuosismo. Vasari, El Greco, Rubens fecero pellegrinaggi per rimirare il dipinto a olio su tavola definito “famosissimo”: il Bambino diffonde una luce prodigiosa e sacrosanta nelle tenebre. Uno shock nei secoli che non conoscevano l’energia elettrica, la luce al neon, la lampada a led. Miracolo. Poi successe quel che successe con l’accavallarsi delle vanità umane, la fame di potere, la sete di bellezza. Reggio perse il dipinto. Se lo portò a Modena, nella sua collezione personalissima, il duca Francesco I d’Este, quello che il Bernini scolpì nel marmo alla maniera più barocca che allora potesse svolazzare. Era il 1640. Ma le fortune vanno e vengono: trentasei anni dopo Francesco III d’Este oberato dalle spese della guerra austro-piemontese (sempre la guerra) cedette l’opera insieme ad altre 99 al principe elettore di Sassonia Federico Augusto II, prossimo re di Polonia, affetto da bulimia per le opere d’arte, le più altisonanti. L’acquisto della quadreria estense è il più grande passaggio di mano d’opere d’arte della storia e costò al sovrano sassone 100mila zecchini, cioè 350 chili d’oro. E 12mila ne sborsò per la “Madonna Sistina”, dipinta da Raffello Sanzio, ammirata sino al 1754 nel monastero di San Sisto di Piacenza. La diaspora a Dresda della pala di Raffaello, della tavola del Correggio e delle altre opere italiane (emiliane più che altro) motivarono la costruzione della Gemäldegalerie e imposero alla città tedesca il soprannome di “Firenze sull’Elba”.

Il nucleo emiliano fece nascere e crescere uno dei maggiori musei del mondo. Nella pinacoteca la “Madonna Sistina” e la “Adorazione dei Pastori” si guardano.

E venne un’altra guerra, quella mondiale, la seconda. Le opere della Gemäldegalerie furono portate in salvo in rifugi segreti poco prima dei bombardamenti del 13, 14 e 15 febbraio 1945, i più distruttivi e tragici del conflitto. Dresda fu rasa al suolo. Carbonizzata, disintegrata. Quattromila tonnellate di bombe polverizzarono un realizzato sogno di squisitezze e provocarono 40mila vittime civili. I russi vittoriosi portarono via la quadreria e i preziosi conservati nel museo delle meraviglie, nelle Grünes Gewölbe. La restituzione soltanto nel 1956, quando Dresda era ormai una grigia città della Ddr e le razzie delle opere d’arte avevano trasfigurato pure il loro senso.

Vasilij Grossman vi trovò ispirazione per il racconto della “Madonna a Treblinka”. Il campo di concentramento nazista dove lo scrittore di origine ebraica vide il terrore e lo esorcizzò con la descrizione del dipinto: “La tela ci parla della gioia di essere creature vive su questa terra, è questa la sua forza prodigiosa e quieta”.
Questo pezzo di storia che parte con un gesto creativo e universale e precipita dove non dovrebbe precipitare, è un’orazione. Perché proprio a Dresda – accumulatrice di cose belle e colte e quindi sante, méta dell’universalismo di Goethe – il consiglio comunale ha dichiarato lo stato di emergenza per nazismo. Il dilagare della violenza e della minaccia estremista è inarginabile. Dilagante. Come se Dresda, e quindi il mondo, non ne avessero viste e subite abbastanza di camicie brune, divise nere, cortine di ferro, Muri, regimi, fuoco e lutti, razze, razzismi, razzie e dispersioni.

Per ricostruire Dresda pietra su pietra, così com’era stata, gli architetti dopo la guerra ricorsero ai dipinti, alle vedute settecentesche di Bernardo Bellotto, perché dentro l’arte fluisce un clima, una temperie, una commozione. Come quella illuminante del Correggio nostro. Ma per rintracciarla bisogna leggere e saper vedere, leggere e saper vedere, leggere e saper vedere. Non farlo è un azzardo e una speculazione di incultura (come l’astensione sulla Commissione sull’odio proposta da Liliana Segre) oppure è un motto pronto a calzare gli stivali e radersi il cranio (quello dell’ultradestra sassone “sopportiamo la crisi, ma non i migranti”). Un viaggio a Dresda, un percorso nella Gemäldegalerie, un’ora davanti al Correggio possono guarire. —

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it

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