Salvini ha bisogno di maturare, parliamo. E così con Ruini torna il “partito italiano”
L’ex vescovo ausiliare di Reggio Emilia, già presidente della Cei, apre alla Lega nell’intervista rilasciata al Corriere. La restituzione del potere negli affari interni è nell’immaginario politico dei vecchi cardinali. Altro colpo basso a Bergoglio
REGGIO EMILIA. Nel linguaggio dei preti di una volta – quelli degli indovinelli della vecchia dottrina “Chi è Dio”? – la sentenza “ha bisogno di maturare” va tradotta per bene. Significava che il soggetto promettente ma immaturo andava riplasmato secondo i sentimenti della disciplina cattolica. Ricorretto secondo i parametri ecclesiali ed ecclesiastici. È tutto il contrario della promessa di libera Chiesa in libero Stato.
La locuzione è del 1861: Cavour riprendeva una più datata formula che garantiva indipendenza alla Chiesa se essa non avesse interferito sullo Stato laico.
Oggi, un secolo e mezzo dopo, ci sono uomini di Chiesa che non sanno starsene fermi e zitti, s’infilano nel magma politico italiano, e pronunciano il giudizio protettivo, rassicurante, tutelante “ha bisogno di maturare”. Stavolta a non starsene fermo e zitto è stato il cardinale Camillo Ruini rispetto alla radiosa carriera che va prospettandosi per il leader della Lega Matteo Salvini.
Il 3 novembre sua eminenza ha rilasciato una intervista al Corriere della Sera: Salvini è così cattivo come lo dipingono? È possibile il dialogo con lui? «Non condivido l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso – ha risposto il porporato - anche se personalmente non lo conosco e quindi il mio discorso rimane un po’ astratto. Sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo; senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano”.
Ottantottenne di Sassuolo, già vescovo ausiliare di Reggio Emilia ai tempi di Gilberto Baroni, elevato da Papa Wojtyla al titolo di arcivescovo e in un battibaleno promosso segretario generale della Cei, creato cardinale e nominato presidente della Conferenza, nonché divenuto vicario del pontefice per la diocesi di Roma, Ruini con l’apertura di credito a Salvini entra a gamba tesa nell’attività pastorale del Papa, e nelle sue prerogative. È una nuova e altra lesione aperta nella gerarchia cattolica, e un inaspettato (davvero?) chiodo d’appoggio per la scalata leghista.
È possibile riscontrare delle conseguenze delle dichiarazioni di Ruini. Precisamente nei commenti che ha scatenato. Basti quello dell’onnipresente senatore di Forza Italia, già missino e di Alleanza Nazionale, Maurizio Gasparri che ha profittato per puntualizzare: “Parole sagge e illuminanti come sempre quelle del cardinale Ruini, che da tempo considero guida spirituale ma anche politica. Ho il privilegio di condividere da anni riflessioni e talvolta iniziative. Ruini chiarisce equivoci e indica strade.
Con ben più lucidità e realismo di talune gerarchie prone, anche in Umbria alla sinistra, e nettamente sconfitte e sconfessate anche dagli elettori cattolici”.
Si badi che le gerarchie dell’Umbria indicate da Gasparri non sono quelle del Pd, pesantemente sconfitte nelle recentissime elezioni regionali, ma proprio quelle ecclesiastiche. Espressamente l’arcivescovo di Perugia, cardinale dal 2014, nominato da Papa Bergoglio presidente della Cei.
Bassetti ha oggi lo stesso ruolo che ebbe Ruini. Gasparri ha strategicamente contrapposto i due uomini di Chiesa, i due pontificati: l’anti-Urss, conservatore Romacentrico Giovanni Paolo II che diede alla Curia romana ampia e potente autonomia anche rispetto agli affari italiani; il progressista gesuita Papa Francesco che sta lottando contro il potere curiale e le sue distorsioni (politiche, economiche, finanziarie, di privilegi, sessuali, immobiliari).
V’è da credere che Ruini abbia parlato per conto di un elettorato cattolico italiano che è alla ricerca di un centro di gravità permanente, con la benedizione di molte eminenze vegliarde.
E che per ora non può essere compiutamente Salvini per almeno tre sue “immaturità”: la correlazione con le ultradestre fasciste o giù di lì; l’eloquio che non è proprio in sintonia con la moderatezza cattolica e il timor di Dio; i baci e gli abbracci, rosarianti e invocanti gli interventi di Nostro Signore e della Beata Vergine Maria sui risultati politici. Amen.
Proprio su questi gesti devozionali di piazza, palco e comizio, ancora Ruini ha risposto al Corriere della Sera: “Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità. Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al ‘politicamente corretto’, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico”.
In via indiretta l’endorsement di Ruini nei confronti di Salvini è una specie di esortazione, una “Exhortatio” direbbero i liturgisti, diretta a quell’elettorato cattolico conservatore anti-bergogliano, e allo stesso leader leghista: Salvini, migliora, cresci, affìnati, mòderati e diventerai il riferimento. Non per nulla l’8 luglio scorso il quotidiano La Repubblica titolava: “Cattolici a un bivio: il Papa o Salvini”. Un eccesso di domanda per fotografare il realismo della situazione.
Proprio sul riconoscimento della Lega di Salvini da parte del principe di Santa Chiesa, lo storico della Chiesa e docente universitario reggiano Alberto Melloni dice che “questa di Ruini pare una concessione neanche conservatrice, ma reazionaria”.
Lo stesso Melloni, letto il posizionamento del già vescovo emerito di Reggio Emilia, ha pubblicato sul suo account Twitter: “Per una beffa della storia quel che Ruini dice oggi sul Corriere delle possibili ‘prospettive’ di Salvini, è identico a quel che von Papen diceva di Hitler a Roncalli nel 1941 [P.S. Roncalli lo zittì citando i "milioni di ebrei" uccisi "nelle camere a gas"]”.
A leggerle con diffidenza le risposte affidate ad Aldo Cazzullo da Ruini sembrano piene di sottintesi ecclesiastici. Bastino quelle riferite alla situazione politica italiana dopo le elezioni in Umbria e all’impegno dei cattolici progressisti in politica: “Penso anch’io che il ‘cattolicesimo democratico’, in concreto il cattolicesimo politico di sinistra, in Italia abbia sempre meno rilevanza. Sarei invece più cauto a parlare di impegno diretto della Chiesa”.
Domanda: in Umbria non c’è stato? Il porporato ha risposto: “Ha riguardato solo quella parte di uomini di Chiesa che sono a loro volta orientati a sinistra”. Ancora Cazzullo: ha l’impressione che i cattolici nella politica italiana non contino molto? Ancora Ruini: “Sì, oggi è così. E non per caso. Ma spero che non si tratti di una situazione irreversibile”.
Siccome le elezioni regionali in Emilia Romagna sono all’orizzonte, le parole dell’ex presidente della Cei suonano come una campana di parte. Preciso: nell’Emilia dei cattolici di sinistra Prodi, Delrio, Franceschini e perché no Bonaccini.
E perché no l’arcivescovo di Bologna e neo cardinale Zuppi? La filigrana delle risposte di Ruini rimanda all’epoca del “partito italiano”. Così era chiamata la compagine nazionale (e nazionalista) dei porporati d’Italia che essendo maggioritaria nel Sacro Collegio eleggeva i Papi e faceva il buono e il cattivo tempo nel nostro Paese pre e post unitario. Bergoglio ha spezzato l’egemonia, mondializzando la Chiesa cattolica romana.
Ruini pare tornare al tempo andato o perduto. Quando nel pontificato di Wojtyla esordì da vescovo ausiliare di Reggio Emilia come passaggio necessario per diventare segretario e poi presidenze della Cei e quindi, con dignità cardinalizia, essere il vicario di Roma. Il 1985 fu l’anno cruciale.
A Loreto si svolse il convegno ecclesiale nazionale sul tema molto sociale, molto progressista “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”, fortemente voluto dal cardinale di Torino Anastasio Bellestrero, sostenuto da quello di Milano Carlo Maria Martini, organizzato dall’allora segretario generale della Cei Egidio Caporello. Fu uno scontro fra titani, molto terrestre.
Di lì a poco Bellestrero venne sostituito dal cardinale Poletti, e Caporello da Ruini che ha servito pienamente fin dentro il pontificato di Benedetto XVI. Pax et Bonum direbbero i francescani. Pace e bene. E Salvini ringrazia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
