Estorsione e droga Negano i due indagati finiti ai domiciliari
REGGIO EMILIA. Conclusi ieri mattina gli interrogatori relativi all’indagine che ha portato a 4 misure restrittive (due in cella e due agli arresti domiciliari) per estorsione e traffico di stupefacenti.
Già sentiti – la settimana scorsa in carcere – padre e figlio: il primo (Salvatore Mirielli) nega su tutta la linea, mentre il figlio Carmine Mirielli (difeso dall’avvocato Alessandro Conti) ha ammesso di essere uno spacciatore, ma respinge l’accusa di estorsione, dando una versione su cui si stanno concentrando le verifiche dei poliziotti.
Ieri davanti al gip Andrea Rat – che ha emesso le misure cautelari – è subito comparso il campano 61enne Antonio Flammia. Assistito dall’avvocato Christian Frisella, l’indagato – nei guai solo per la droga – ha ammesso di aver concesso a Juri Piccinini l’appartamento come deposito degli stupefacenti, in cambio di 10 euro al giorno. «Ero disperato, avevo bisogno di soldi, ma la droga era sua». Invece il capocameriere palermitano Marco Marchione ha negato coinvolgimenti in questa vicenda, specificando di conoscere di vista Flammia («Lo vedo qualche volta al bar») e di conoscere come amici d’infanzia i due Mirielli («Le nostre famiglie d’emigrati si sono conosciute a Reggio Emilia»). Il difensore Gisella Mesoraca ha chiesto la revoca degli arresti domiciliari per il suo assistito, mentre per Flammia è stato chiesto il trasferimento dei domiciliari da Reggio a Moglia. Il gip Rat deciderà nelle prossime ore. —
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