A Berlino un aereo carico di reggiani andati a vivere in diretta un pezzo di storia
La delegazione guidata da Franco Bonferroni comprendeva militanti della Democrazia Cristiana, imprenditori, giornalisti
Quando cadde il muro di Berlino era il novembre del 1989 e l’eco dell’abbattimento del manufatto in cemento che divideva in due la Germania e ovviamente Berlino ovest da quello dell’est arrivò anche a Reggio. C’era chi gioiva e chi no.
’L'Europa era divisa in due blocchi, quello occidentale democratico libero e quello sovietico in regime comunista dittatoriale. Franco Bonferroni, deputato Dc e sottosegretario, ebbe l’indovinata idea di organizzare in due e due quattro un week-end a Berlino, per dirigenti democristiani, simpatizzanti, consiglieri regionali, imprenditori, giornalisti, anche mamme e qualche ragazzino, un sacerdote come don Nando Barozzi, parroco di Casina, e il fotografo Mario Crotti,il dottor Gianluca Marconi, il dottor Giuseppe Davoli, il professor Mario Capelli, la professoressa Clementina Santi, Fabio Macchi. Prenotò attraverso la Torelli Tours un charter, lo comunicò alla città e in pochi giorni l’aereo si riempì.
Partirono in 170 con quattro autobus un mese dopo il fatidico giorno, nel primo pomeriggio dell’8 dicembre da piazza della Libertà sotto alla Banca d’Italia destinazione Bologna e da lì a Berlino Est.
L’onorevole era riuscito a far atterrare il charter nella capitale comunista, il primo aereo italiano a farlo.
Dopo circa un ora, l’atterraggio. La sera era uggiosa e molto fredda e nell’attraversare la capitale comunista ci si rendeva conto della situazione. La città era al buio, sembrava ci fosse il coprifuoco, nessuna insegna, le serrande dei negozi erano abbassate (economia statalista), chiudevano presto. Arrivammo alla frontiera, posta su una delle piazze principali della Berlino occidentale che era tutta illuminata, insegne grandiose capeggiavano sui palazzi e l’atmosfera del Natale la faceva da padrona. Un altro mondo.
Si intravide il muro con tanta gente ai suoi piedi. Il pernottamento e la cena erano qui. L’indomani i reggiani erano sotto al muro in cemento, alto 5 metri, dove a migliaia lo stavano picconando, e qualche buco c’era già, con i Vopos che rassegnati guardavano la scena. E i reggiani, contenti di esserci, erano impegnati a far incetta di schegge per un cimelio da portare a casa.
La comitiva tornò poi a Berlino est e ci si rese conto alla luce del giorno della differenza fra le due città. Quella comunista con palazzi fatiscenti, come lo erano i portoni, le persiane, i marciapiedi, gli intonaci, i locali pubblici, bar e caffè, con arredi vecchi e cameriere governative con nessun interesse a lavorare. E le poche auto viste erano le scassatissime Trabant. E la cosa strana è che non c’era gente in giro. La porta di Brandeburgo venne vista in lontananza. C ’erano però alcuni ragazzini comunisti che volevano venderci schegge del muro; i Vopos subito li allontanarono.
L’onorevole Bonferroni accompagnò tutti in municipio dove era in attesa un funzionario dell’ambasciata italiana, ma lì l’atmosfera era fredda (come il clima), diversa; niente foto, la guida orientale non rispondeva alle domande. Poi il pomeriggio di sabato 9 dicembre di nuovo all’aeroporto di Schönefeld per il rientro, con la consapevolezza e la contentezza di esserci stati e poter raccontare un po’ di storia d’Europa.
Per la numerosa comitiva reggiana fu un faticaccia ma ne valeva la pena, vedere il muro crollare voleva dire toccare con mano un evento che significava la riunificazione della Germania e piano piano di tutta l’Europa. —
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