Il grande equivoco provocato da quel Muro fatto a pezzi
1989-2019
segue dalla prima
Qualcuno fece timidamente notare che c’era stato un altro che aveva usato uno stadio per imprigionarvi delle persone, e che quest’altro si chiamava Pinochet. Ma l’assonanza dei modi non smosse più di tanto, visto che Bari e l’Italia intera in quel giorno di agosto erano totalmente impreparate a gestire un’immigrazione di quel tipo. Fino ad allora l’Italia era stata paese di emigranti; dall’8 agosto 1991 il movimento si invertiva, era finita l’indignazione per le norme che impedivano agli emigrati italiani in Svizzera di vivere con le loro famiglie. Da quel momento si cominciava a ragionare sul come proteggere le nostre frontiere.
Al porto di Bari attraccò una nave che si chiamava Vlora e che conteneva ventimila albanesi, la maggioranza dei quali in possesso solo dei vestiti lerci che aveva addosso. Alcuni erano in costumi da bagno. Messo in qualche modo il piede a terra, sciamarono per le vie della città ripresi dalle televisioni. Sembrava l’invasione delle cavallette. Senza una legislazione adeguata a un evento inimmaginabile, l’Italia reagì come poteva: un po’ blandendo e un po’ minacciando, la gran parte dei migranti venne rispedita a casa. Gli irriducibili furono divisi in piccolissimi gruppi mandati separatamente in luoghi remoti. A Reggio ne arrivarono quattro o cinque, tutti indirizzati in montagna dove rimasero il tempo necessario a una foto con le dita a V in segno di vittoria. Salvo poi la notte stessa essere riportati in patria, quando l’esiguità del numero impediva reazioni pericolose.
Era la presa di coscienza del grande equivoco generato dalla caduta del Muro di Berlino. Non bastava abitare a Ovest per avere una Mercedes in garage. Passata la meravigliosa sbornia della ritrovata libertà, venne il momento di fare i conti con i costi di questa libertà; e la consapevolezza che sia qualcosa da conquistarsi giorno per giorno, ancora oggi non è assodata. Il mondo occidentale ha giustamente celebrato la vittoria del proprio modello su quello socialista ma non ha nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di risolvere alla radice i problemi (in realtà pochi e molto chiari) che stanno alla base dell’infinità di guerre – non più fredde – combattute dappertutto. La globalizzazione sbandierata vent’anni fa come la medicina universale della nostra economia si è ritorta contro i lavoratori dei paesi sviluppati, senza dare la dignità dovuta a quelli delle nazioni che lo sviluppo lo stanno ancora cercando. E adesso siamo a fare i conti con movimenti migratori di massa in larga misura dovuti a ragioni economiche, di fronte ai quali si rispolvera il muro come unica soluzione. Perché la legislazione di nessun paese evoluto contempla l’uscita dalla miseria come ragione valida per immigrare. Quello stesso Paese, gli Stati Uniti, che nella sua Dichiarazione di Indipendenza cita espressamente il diritto del cittadino alla felicità, ritiene oggi il muro al confine con il Messico l’unica soluzione contro l’immigrazione dal Centroamerica. Senza che nessun Kennedy vada lì, arrivando dalla parte ricca del mondo, a gridare “Io sono un messicano”. —
Andrea Mastrangelo
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