Il filosofo Umberto Curi: «Giustizia è fatta? Una frase sacrilega»
REGGIO EMILIA. «So bene che molti di voi non sono d’accordo con la mia tesi ma la logica della vendetta è ancora a fondamento di quello che noi consideriamo giustizia civilizzata». Il filosofo Umberto Curi si rivolge a una platea che gremisce l’aula magna dell’università di viale Allegri in cui sono presenti molti avvocati che partecipano a “I martedì della Luc” per ascoltare le tesi che il filosofo Umberto Curi ha scritto nel suo libro “Il colore dell’inferno. La pena tra vendetta e giustizia” (Bollati Boringhieri).
Accanto a Curi ci sono Annamaria Contini, docente di filosofia a Unimore e l’avvocata Celestina Tinelli, presidente dell’Ordine degli Avvocati. Dai filosofi greci a Nietzsche fino al pensiero contemporaneo, Curi testa la fragilità del principio di giusta “retribuzione” del reato attraverso un castigo adeguato. «Io sono partito senza presupposti, ho cercato di far emergere dai testi la conclusione della mia tesi che è la stessa di Hegel il quale afferma che alla base del diritto penale resta un’istanza di vendetta razionalizzata, un tentativo di occultare la logica del “sangue chiama sangue”».
Secondo Nietzsche all’origine di questa logica della colpa che viene punita con la pena, c’è il più antico rapporto economico che si conosce, quello tra debitore e creditore: il creditore a garanzia del suo credito aveva il diritto di esercitare violenza sul corpo del debitore insolvente o della sua donna. Successivamente subentra lo Stato. «Il piacere della crudeltà è un piacere insostituibile, dice Nieztsche, e del resto nei banchetti per rallegrare gli ospiti si usava procedere ad esecuzioni capitali» aggiunge Curi.
Anche la religione cattolica sostitusice alla vendetta la misericorda. «Il diritto non coincide con la giustizia. Platone dice che la giustizia abita presso Zeus. L’accertamento della verità processuale può portare a qualcosa che è compatibile con il diritto positivo ma non necessariamente con le esigenze di giustizia. So che anche in questo non sarete d’accordo ma negli ultimi mesi abbiamo assistito a una serie di comportamenti che sono devianti dal punto di vista del diritto ma corrispondono a esigenze sacrosante di giustizia come andare a raccogliere in mare i naufraghi che altrimenti morirebbero».
Alla domanda se la pena ha una funzione deterrente, l’avvocato Celestina Tinelli affermato che la pena non è mai stata un deterrente. «Il nostro compito principale è quello di essere garantisti sempre anche nei confronti di chi commette i reati più abbietti». «Il diritto può tentare di essere garantista, sapendo che la giustizia non è di questo mondo», aggiunge Curi.
La Costituzione italiana prevede la pena come modello rieducativo ma l’organizzazione carceraria italiana non è finalizzata alla rieducazione. Come si può uscire da questo inferno? Con la giustizia riparativa. «Lavorando attraverso la mediazione culturale sulla vittima e sull’autore del reato. Ad esempio gli esponenti della lotta armata e i famigliari di Aldo Moro intrattengono un rapporto ormai costante di frequentazione. È il risultato di un lungo lavoro di mediazione culturale che però almeno in parte riduce il dolore della colpa e almeno in parte rieduca effettivamente l’autore del reato dalla sua punizione precedente». «Io sarei già contento – conclude Curi – se fossi riuscito ad attivare in voi il dubbio perché poche cose sono così sacrileghe, perdonatemi l’espressione, come commentare una sentenza con la frase “giustizia è fatta”». —
Daniela Salati
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