Aemilia 1992, parla Capocasa: «Nel 1992 scenari di sangue mai apparsi prima a Reggio»
L'ex capo della Mobile, spiega come si puntò sulla pista mafiosa «Vasapollo e Ruggiero infastidivano il clan, si erano fatti spazio nella droga»
Si affida alla buona memoria, non avendo più a disposizione nessuna informativa relativa ai due omicidi in odore di mafia del 1992 che sono al centro del processo in Assise.
Ma Cesare Capocasa – al tempo dei due delitti dirigente a Reggio Emilia della squadra mobile ed oggi questore a Imperia – ha ricordi nitidi e dice diverse cose interessanti. Indagò personalmente sull’omicidio di Nicola Vasapollo, poi gli accertamenti della polizia s’intrecciarono con quelli dei carabinieri quando venne ucciso Giuseppe Ruggiero a Brescello «perché il duplice assassinio appariva collegato».
Capocasa spiega bene l’impatto che ebbero nel Reggiano quei due delitti: «Erano scenari di sangue mai avuti prima e si erano mossi gruppi di fuoco non improvvisati. E che si trattasse di un’organizzazione di livello la conferma si ebbe quando venne usato lo stratagemma del camuffamento da carabinieri per farsi aprire e ammazzare Ruggiero. Gente che si muoveva in ambiti di ’ndrangheta». E quando il testimone si addentra sulle due piste imboccate 27 anni fa in tema di movente degli omicidi, si capisce come fosse già ben presente agli investigatori l’impatto ’ndranghetista nella nostra provincia. «Inquadrammo Vasapollo e Ruggiero come scissionisti che infastidivano la consorteria perché si stavano imponendo nel Reggiano con un proprio spazio nel mercato della droga. Cosa non gradita all’allargata consorteria: attorno ai Dragone gravitavano i Grande Aracri, i Ciampà, gli Arena». Ma sul versante mafioso venne fatto un secondo collegamento: «Quello della vendetta – prosegue Capocasa – perché la famiglia Vasapollo non aveva mai perdonato Paolino Lagrotteria, ritenendolo responsabile della morte nel 1979 di Giuseppe Vasapollo (fratello di Nicola, ndr) nell’incendio doloso del night Pink Pussy Cat. Lagrotteria venne ucciso nel ’92 e di lì a poco Vasapollo». E per capire se dopo 13 anni ci poteva stare una vendetta «stringemmo maggiori contatti con le forze dell’ordine di Cutro e Crotone, andando anche di persona in Calabria per comprendere meglio il contesto storico-sociale cutrese da cui provenivano sia Vasapollo che Ruggiero, cioè una realtà che si muoveva in modo diverso da quella reggiana». Sull’omicidio di Vasapollo, il teste aggiunge alcuni dettagli: da un bloc-notes della vittima erano stati ricavati dei numeri telefonici che permisero di capire come fosse in contatto con Raffaele Dragone e Domenico Lucente (condannati all’ergastolo nel 1997, ndr), inoltre in via Pistelli ci fu un uomo che sentì gli spari e vide aggirarsi una Fiat Uno grigia, da qui un identikit con cui non con certezza riconobbe Antonio Macrì (morto da tempo, un caso di lupara bianca, ndr). Infine Capocasa smentisce i difensori su un punto non indifferente: «Nicolino Grande Aracri non venne intercettato, risultava fra i contatti, ma non si andò oltre». —
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