«È la compagna, non una testa di legno»
Carla Benevelli ha riottenuto i beni che le erano stati sequestrati nell’inchiesta della procura sui traffici di Aldo Ruffini
In questi anni, “la Carla” non ha mai perso il sorriso. Magari un velo di stanchezza si poteva vedere nei suoi occhi, mentre cercava comunque di far sentire a proprio agio i clienti del Bar Silvano, i tanti che - da anni - continuavano a frequentare quel ristorante dietro il bancone del bar: cucina tipica reggiana (con punte d’eccellenza per le pappardelle al sugo di lepre o cinghiale) per impiegati, professionisti e operai che si trovano a passare - all’ora di pranzo - su quel tratto di via Emilia, appena fuori città. Ora, Carla Benevelli ha un motivo in più per sorridere. Finita nel tritacarne dei guai giudiziari del suo compagno Aldo Ruffini - il pregiudicato di Vetto al centro di una inchiesta, assieme al sacerdote ottantanovenne don Ercole Artoni, per le minacce alla presidente del tribunale Cristina Beretti - la signora Benevelli ha vinto la sua personale battaglia, quella che riguarda i suoi beni, mobili ed immobili e i suoi soldi, che nel 2016 erano finiti sotto sequestro da parte della procura della Repubblica, assieme a quelli dello stesso Aldo Ruffini, per il quale, secondo l’accusa, Carla Benevelli non era altro che la più classica delle “teste di legno”. Attraverso di lei, per mezzo della “copertura” del ristorante del Bar Silvano - secondo la procura - Ruffini avrebbe evaso il fisco per svariati milioni di euro. E a giudicare dal maxi-sequestro che la Guardia di finanza fece nell’autunno del 2016, quando erano già almeno due anni che il telefono di Aldo Ruffini era sotto controllo, la tesi dell’accusa era senza dubbio suggestiva. Nella rete delle fiamme gialle finirono auto di lusso, conti correnti e libretti per diversi milioni di euro, cassette di sicurezza in cui “dormivano” polizze assicurative, gioielli e orologi di valore come Rolex, Patek Philippe, Cartier e Audemars Piguet, ma anche borse griffate Louis Vuitton e Gucci. Eppoi, appartamenti a Reggio e anche in luoghi di villeggiatura, come Desenzano sul Garda e Forte dei Marmi.
Tutto questo secondo l’accusa - e anche secondo i giudici di primo grado che accolsero l’istanza di sequestro - serviva a rendere non identificabile il tesoro del «delinquente abituale» Aldo Ruffini.
Ebbene, ora Carla Benevelli potrà riavere tutto quello che le era stato sequestrato. I conti correnti, per svariate decine di migliaia di euro, ma anche gli appartamenti a lei intestati, ovvero la casa di Desenzano sul Garda e quella di Forte dei Marmi, oltre all’abitazione di via Brigata Reggio. E oltre a tutti i gioielli e gli oggetti di valore e le polizze trovate nelle cassette di sicurezza, aperte durante il blitz della procura, dai militari della polizia tributaria della guardia di finanza. Un dissequestro che è definitivo dal momento che la procura ha deciso di non proporre ulteriore appello.
Determinante, a questo scopo il lavoro fatto in Corte d’appello dai legali di Carla Benevelli, ovvero gli avvocati Gian Paolo Barazzoni e Veronica Camellini che - grazie anche alla perizia commissionata agli esperti contabili Luigi Attilio Mazzocchi e Leonardo Riccio - hanno ricostruito, euro per euro, la provenienza di ogni singolo bene. E alla fine la prima sezione penale della Corte di Appello di Bologna (presidente Sergio Affronte, consiglieri Anna Mori e Domenico Stigliano) ha disposto il dissequestro dei beni di Carla Benevelli. Perché - in altre parole - i suoi legali sono riusciti a dimostrare che il denaro a lei intestato era il frutto di una attività - quella del ristorante e del bar Silvano - che non hanno mai conosciuto crisi e i redditi erano anche dati dagli affiti degli immobili di proprietà oltre che da una tripla pensione percepita per decenni dalla madre della ristoratrice. Insomma, tutto lecito ancorché ingente, l’insieme delle entrate economiche di Carla Benevelli.
Un risultato reso ancora più importante dal fatto che - nello stesso provvedimento - depositato il 28 ottobre scorso - i giudici di secondo grado confermano il resto dell’impianto accusatorio, rigettando le istanze di dissequestro presentate dai legali di Aldo Ruffini che - per la Corte d’Appello - deve restare sotto la misura della sorveglianza speciale, in quanto “soggetto che - dice l’informativa della Guardia di finanza - risulta avere una imbarazzante disponibilità finanziaria che, se raffrontata alla capacità reddituale dichiarata all’Erario, risulta chiaramente sproporzionata” . —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
