L’impero dei Muto è ora sotto sequestro
Bloccati dalla Dda beni per 9 milioni ai due fratelli di Gualtieri Sigilli alle ditte intestate a prestanome. I legami con la cosca
REGGIO EMILIA. Nuovo scacco alla ’ndrangheta in Emilia: sequestrati beni per nove milioni di euro.
I carabinieri del ros di Bologna con i colleghi del comando provinciale di Modena hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo di beni emesso d'urgenza dal pm Beatrice Ronchi – della Dda di Bologna – nei confronti dei fratelli Antonio (classe 1971, in carcere perché condannato a 20 anni e mezzo di reclusione nel primo grado del maxiprocesso Aemilia) e Cesare Muto (indagato a piede libero nell’inchiesta Grimilde).
Entrambi imprenditori attivi nel settore della logistica e trasporti – con quartier generale a Gualtieri – sono considerati dagli inquirenti più che inseriti nel clan della ’ndrangheta emiliana.
L'operazione battezzata “Grimilde”, ha evidenziato come i fratelli Muto, nel 2012, avessero attribuito fittiziamente la titolarità delle loro società a soggetti diversi (madri e mogli).
Le indagini, ancora, hanno fatto emergere – in particolare – come nel 2013, dopo essere stati colpiti da interdittiva antimafia (emessa dall’allora prefetto di Reggio Emilia, cioè Antonella De Miro), avessero cambiato strategia, costituendo una società operativa nel campo della commercializzazione degli inerti e dei trasporti, intestandone le quote all’ingegnere parmigiano Salvatore Nicola Pangalli (titolare dell’azienda di trasporti Cospar) con cui non hanno legami di parentela, per evitare provvedimenti ablativi del patrimonio riversato nell'azienda. Per il comandante dei carabinieri di Modena Marco Pucciatti «questa operazione è l'ennesimo sviluppo di affermazione dello stato sul territorio per il quale si conferma che le organizzazioni criminali non hanno affatto perso interesse»
I sequestri effettuati sono stati illustrati ieri – in una conferenza-stampa a Modena – dal comandante del reparto operativo di Modena colonnello Stefano Nencioni e dal maggiore Luca Latino del Ros di Bologna.
Si tratta di cinque aziende operanti nel settore degli autotrasporti, logistica e nell’immobiliare, con un fatturato relativo al 2017 di circa 3,5 milioni di euro – con sedi operative a cavallo delle province di Reggio Emilia, Parma e Mantova, ma diramazioni anche a Crotone – e un patrimonio netto complessivo di oltre un milione. Poi 12 immobili (tra cui due capannoni e tre case) e terreni (da due ettari) per un valore di 3 milioni di euro; 92 veicoli e 9 conti correnti bancari. Ma le attività dei Muto spaziano secondo i carabinieri su tutto il territorio nazionale, attraverso aziende gestite in maniera occulta con opportuni prestanome del tutto insospettabili.
L’indagine ha consentito di ricostruire i profondi legami esistenti tra i due fratelli Muto e personaggi di spicco del sodalizio ’ndranghetistico emiliano come Giuseppe Giglio, la mente economica della cosca diventato collaboratore di giustizia a processo in corso, e i fratelli cutresi Vertinelli, uomini di successo da tempo residenti a Montecchio.
L'operazione dei carabinieri chiude il cerchio su una serie di accertamenti iniziati anni fa, che si collocano nei filoni di investigativi della maxi inchiesta Aemilia e Grimilde, quest'ultima scattata lo scorso giugno a Brescello. —
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