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Meloni, Borgonzoni, Leonardò, cultura alta

Stefano Scansani
Meloni, Borgonzoni, Leonardò, cultura alta

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”. Il remix del comizio della Meloni è qui che pompa ancora nelle casse. Gli autori proprio non s’aspettavano che il tormentone musicale sfuggisse loro di mano e d’orecchio: doveva essere uno slogan contro la leader di Fratelli d’Italia, ma è diventato un ritornello a lei favorevole. Marziale ed elementare. Come lei, marziale ed elementare. La Meloni può contare su una larga platea molto sensibile e molto indulgente, tanto da far rima con carta assorbente. C’è chi ci casca. Proprio in ambito culturale le leggerezze, gli strafalcioni e gli inciampi della capa di Fratelli d’Italia vivono più degli applausi dei supporter che della condanna della verità.

Proprio in quest’anno vinciano che si sta concludendo è bene ristabilire la verità su Leonardo, che non avrei mai tirato in ballo se la Meloni non ne avesse fatto un campione d’italianità quattro-cinquecentesca da ridurre a propaganda. È nota la campagna della leader di FdI per ristabilire la verità sul genio-ingegno del Rinascimento: “Leonardo da Vinci era italiano”. Campagna anti-francese. Propaganda nazionalista italiota. Per celebrare i 500 anni della morte dell’artista, gloria del Louvre, la Francia ha ribadito, ripetuto, reiterato la francesizzazione del nome: Léonard de Vinci.

“Furia colonialista” secondo la Meloni che ha gridato allo scippo, all’appropriazione indebita. Allo stesso tempo – nella stagione del governo giallo-verde – il ministero ai beni culturali ha negato i prestiti a Parigi. E l’allora sottosegretaria Lucia Borgonzoni dichiarò quasi una guerra. Era il 19 novembre 2018: “Leonardo è italiano, in Francia ci è solo morto. Lui non è Leonardò ma Leonardo e dare al Louvre tutti quei quadri significa mettere l’Italia ai margini di un grande evento culturale”.

La Borgonzoni è la stessa che nel luglio 2018 aveva dichiarato alla trasmissione radiofonica ‘Un giorno da pecora’: “Leggo poco, studio sempre cose per lavoro. L'ultima cosa che ho riletto per svago è Il Castello di Kafka, tre anni fa. Ora che mi dedicherò alla cultura magari andrò più al cinema e a teatro”. La Borgonzoni è la candidata della Lega alla presidenza della Regione Emilia Romagna. Mettiamo in ordine cose e avvenimenti. Leonardo morì in Francia il 2 maggio 1519: aveva deciso di trasferirsi oltre le Alpi nel 1517 su invito del re Francesco I. Anzi no, del re François I de Valois-Angoulême, che è lo stesso monarca ma in lingua originaria sua.

Va ricordato – se fosse necessario – che la Gioconda fu ceduta da Leonardo al sovrano, non razziata, non sequestrata. Leonardo si rifugiò in Francia deluso dai suoi ex committenti della penisola italiana (“li Medici mi creorno e destrusseno”).

Se dovesse passare l’idiosincrasia della Meloni per la francesizzazione Léonard de Vinci, o l’intolleranza della Borgonzoni per il passaggio d’accento in Leonardò, avremmo una trave in un occhio. Noi italiani siamo i primi ad essere rei confessi manipolatori di nomi.

Gli olandesi dovrebbero insorgere nel sentire pronunciare Luigi Vanvitelli, l’architetto della reggia di Caserta, trasfigurato dall’anagrafe del padre Gaspard van Wittel. E i britannici, così sofistici, potrebbero provare orrore nel sentire gli italiani trasformare l’umanista Thomas More in Tommaso Moro e il filosofo Francis Bacon in Francesco Bacone (con lui bisogna essere però comprensivi perché la trasposizione letteraria darebbe un Francesco Pancetta, mentre un immutato Harry Potter si manifesterebbe come Enrico Pignatta).

E i polacchi, gelosi nazionalisti, che dovrebbero dire del loro fondamentale astronomo Mikołaj Kopernik, che da noi diventò per forza Niccolò Copernico? E i tedeschi con Johannes Kepler, altrettanto formidabile studioso di stelle, conosciuto da noi come Giovanni Keplero? Vado avanti con la Grecia dove nacque e si formò il pittore Domínikos Theotokópoulos, conosciuto in Italia e in Spagna come El Greco. Torno rapidamente al francese dei francesi scomodando il filosofo René Descartes italianizzato in Renato Cartesio o quell’altro pensatore, Blaise Pascal che seppur invariato trova nella toponomastica acrobazie comiche come “via Biagio Pascal” (tradotto per intero: Biagio Pasqua). La storia è zeppa di prestiti, anche linguistici, perché il sapere non conosce nazione e nemmeno il concetto di confine.

Circa la difesa della lingua, della genialità d’una nazione, va riletto un editto che risale al Ventennio, datato 10 luglio 1938. E’ l’articolo sul costume pubblicato dal Popolo d’Italia: “Basta con gli usi e costumi dell'Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi, o di Londra, o d'America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all'Italia del Rinascimento… Basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote”.

A volte ritornano, anche certe voglie di italità, quelle che in Südtirol (l’Alto Adige) trasmutarono tutti i nomi dei luoghi, delle valli, delle montagne; quelle che nelle terre slavofone proibirono nel modo più assoluto di discorrere o cantare in una lingua che non fosse l’italiano. Chi si preoccupa della devianza del Léonard de Vinci o dell’accentazione di Leonardò probabilmente non sa sorridere neanche della parlata di Hercule Poirot o dell’inflessione dell’Ispettore Clouseau. —

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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