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Reggio Emilia, l’appello del vescovo Camisasca: «Raduniamo i politici credenti reggiani, serve una nuova classe dirigente»

Reggio Emilia, l’appello del vescovo Camisasca: «Raduniamo i politici credenti reggiani, serve una nuova classe dirigente»

L’invito del vescovo Camisasca durante la celebrazione del patrono. Trenta pagine per un excursus storico e l’appello: «Penso soprattutto ai giovani, non segnati dal dibattito passato che ha creato tante lontananze e idiosincrasie»

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REGGIO EMILIA. Ha una passione per i terreni ardui, ma inevitabili, contemporanei. Nel Discorso alla città e alla diocesi nella giornata del patrono San Prospero, il vescovo Massimo Camisasca ha deciso di inoltrarsi nel tema “I cattolici italiani e la politica”.

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Il capo della Chiesa reggiana, oltre l’analisi storica dal pulpito ieri ha lanciato una proposta immediata, concreta, nel clima e nel mezzo del percorso avviato verso le elezioni regionali del 26 gennaio 2020: “Ritengo che il primo movimento debba essere quello di radunare i politici credenti, a partire da quelli della nostra Diocesi, aderenti a qualunque partito o movimento, per compiere con loro i passi di un’educazione comune alla fede. Non voglio radunare i credenti per parlare di politica, ma vorrei incontrare i politici credenti per parlare della fede”.

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L’invito di Camisasca, però, non è generico. Il vescovo mira ai giovani, a quelli in grado di discernere in questa stagione lunga, rancorosa, spesso incolta. Ma anche a quelli non condizionati da un passato – il monsignore non lo scrive – da un’esperienza ideologica, qual è il comunismo: “Penso soprattutto ai giovani, non segnati dal dibattito passato che ha creato tante lontananze e idiosincrasie. In loro si può ritrovare quella freschezza necessaria per un lavoro comune, così come la ricchezza di tanti accenti diversi. Durante gli ultimi decenni, purtroppo, i cattolici, divisi da appartenenze partitiche diverse, hanno finito con il non parlarsi più; anzi, addirittura a dileggiarsi e auto-scomunicarsi tra loro”.

L’invito di Camisasca sta nelle pagine finali del Discorso (in tutto trenta cartelle) e per comprenderne totalmente le motivazioni bisogna tornare alle prime righe, quelle dell’introduzione: “La nostra Nazione e il nostro Stato necessitano di una nuova classe dirigente che sappia portare dentro di sé la storia e la tradizione del nostro Paese, per poterlo accompagnare e guidare verso nuovi traguardi, in un contesto culturale profondamente mutato rispetto al passato recente e in continua accelerazione. Questa nuova classe dirigente dovrà essere formata da persone in grado di uscire da un disegno legato al proprio interesse particolare, capaci di entrare in una visione più ampia della costruzione del futuro”.

Secondo Camisasca nessuno può dire quando e come il nostro Paese riuscirà ad esprimere una nuova leadership. Però aggiunge: “Sappiamo soltanto che occorre lavorare alla sua nascita. La comunità cristiana non può esimersi dalla collaborazione a questo scopo, con l’apporto originale della propria fede, speranza e carità”.

Un discorso, non un’omelia. Le tesi e le proposte del vescovo anche nella forma scritta hanno il carattere di un saggio non soltanto pastorale. Così articolato che la citazione di Stefano Zamagni, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, allarga il discorso agli ambiti sociali, economici e quindi politici: “La proposta di Zamagni, che pienamente condivido, è di riproporre il modello tripolare di ordine sociale: Stato – mercato – comunità. Tutto ciò impone una nuova riflessione sul welfare, grande conquista di civiltà del nostro Occidente. Una versione statalista di esso ha pensato che solo lo Stato dovesse occuparsi dei cittadini, “dalla culla alla bara”. Oggi questo welfare è decisamente in crisi. Occorre ridisegnarlo. Occorre ripensare al ruolo delle comunità intermedie e al valore dell’appartenenza ad esse”.

Il vescovo critica: “Nelle legislazioni di numerosi Stati, come nel sentire comune, si sta progressivamente affermando una tendenza a ridurre l’uomo a semplice meccanismo, ad individualità “neutra” ed intercambiabile, o ancora ad oggetto di consumo: il valore dell’esistenza di ciascuno è giudicato in base a parametri tecnico-economici, in termini di funzionalità, efficienza, produttività, qualità di vita, mercato. Non deve accadere che questo tipo di sguardo, coniugato con il mondo dell’economia globalizzata, finisca per cancellare l’esperienza dell’umano che ha reso grande il nostro Occidente negli ultimi tre millenni. Ciò significa, tra le altre cose, riconsegnare l’economia ad un’etica, sottraendola prima al governo brutale di un piccolo gruppo di gestori delle finanze e dell’industria tecnologica, che in ragione dei propri profitti non si fanno scrupolo di mettere in serio pericolo la libertà dell’uomo e di manipolarne la natura”.

Camisasca è ottimista: “Credo profondamente che non stiamo vivendo una corsa verso la distruzione, quanto piuttosto un periodo di disorientamento che può positivamente sfociare in un nuovo slancio umanistico. Nessuno oggi può dire se questa speranza si realizzerà”.

Infine il vescovo immette a conclusione del Discorso un’appendice, che, tale e quale è la “Nota del Vescovo” diffusa il 26 aprile 2019 in vista delle elezioni comunali di Reggio Emilia e di molti altri Comuni del territorio. Cioè, Camisasca reitera il suo pensiero, con una messa in guardia: “Non spetta al vescovo, naturalmente, indicare né liste né persone. Non l’ho mai fatto e non lo farò neppure ora. Con ciò non voglio mostrare nessuna equidistanza. Per questa ragione mi permetto di elencare alcuni criteri per la scelta”.

Il corpo del Discorso è un’analisi dell’impegno dei cattolici nella storia e nella politica italiana. Camisasca parte da Costantino per raggiungere il tempo nostro, al dopoguierra, quindi al partito-sistema democristiano e ai suoi protagonisti: “Insieme a Sturzo desidero ricordare qui, in apertura del mio Discorso alla Città e alla Diocesi, la mirabile figura di Alcide De Gasperi (1881-1954), uomo politico cattolico e grande statista che ha guidato, con la collaborazione di altri, la Ricostruzione dell’Italia dopo la terribile prova e la distruzione della Seconda Guerra Mondiale. Conclusa l’esperienza della dittatura egli ricondusse il Paese nel solco della democrazia e dell’Alleanza con i Paesi dell’Occidente”.

Fondamentale il passaggio che Camisasca dedica al crollo del Muro di Berlino, alla fine-smarrimento della Dc, citando il cardinale Ruini: “Si può dire che i vescovi italiani, dopo un periodo di comprensibile shock, abbiano cercato di creare punti e strumenti di aggregazione sociale tra tutti coloro che, cattolici e non, desideravano esprimere una convergenza di intenti e di azione attorno ai temi fondamentali della vita, del lavoro, della dignità umana, della famiglia.

Il merito di quest’opera è da ascrivere soprattutto al cardinale Camillo Ruini, che fu ininterrottamente segretario e poi presidente della Conferenza Episcopale Italiana tra il 1986 e il 2007. Egli ha cercato di lavorare proprio in questa direzione: creare una rete di collegamento tra le varie esperienze sociali e culturali cattoliche, per poter giungere successivamente a un nuovo tipo di espressione politica. Tutto ciò, purtroppo, non ha avuto l’esito sperato”.

Camisasca cita tutti i pontefici del Novecento sino a Francesco e alla sua ecologia dell’uomo. Tra loro Pio XI, Achille Ratti, milanese quanto Camisasca: “Oggi, come nel passato e come sempre, la nostra Chiesa Diocesana – inserita nel contesto più ampio della Chiesa Italiana – non può restare indifferente o ai margini della vita sociale del Paese. I credenti sono sempre chiamati, spinti anche dalla loro fede, a formarsi un giudizio su quanto accade nella vita pubblica e, nella misura delle proprie possibilità e dei propri talenti, a inserirsi attivamente in essa, contribuendo alla sua conduzione, perché, come ebbe a dire con una felice espressione papa Pio XI, “la politica è la forma più alta di carità”.

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