Gazzetta di Reggio

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ALLARME DISEGUAGLIANZE 

Fiom: «Aumentano i profitti aziendali mentre i salari restano fermi al palo»

Luigi Vinceti

Illustrata la ricerca sui bilanci di oltre tremila ditte metalmeccaniche reggiane: «Va rafforzato il contratto nazionale» 

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La Fiom reggiana ha realizzato una singolare e interessante indagine sul settore dell’industria metalmeccanica della nostra provincia. Sotto esame vari fattori che hanno consentito importanti confronti e fatto emergere un elemento di rilievo: nello storico “accordo del cappelletto” – così chiamato perché firmato dai due nostri concittadini Maurizio Landini per il sindacato e Fabio Storchi per Confindustria – deve cambiare qualche ingrediente. Negli ultimi anni, infatti, l’andamento dei salari non ha accompagnato l’ascesa dei risultati.

La ricerca è stata presentata ieri mattina nella sede della Cgil di via Roma dal segretario provinciale Simone Vecchi affiancato da Matteo Gaddi, che ha condotto lo studio, e Marco De Simone segretario organizzativo della Fiom.

Sotto i riflettori sono finiti i rendiconti delle quattro annate che vanno dal 2015 al 2018, vale a dire dal primo anno successivo alla vigenza del precedente contratto nazionale applicato ai settori della metallurgia, computer elettronica ottica, apparecchi elettrici, prodotti in metallo, autoveicoli rimorchi e semirimorchi, mezzi di trasporto, installazione e riparazione macchine e apparecchiature. Uno studio che ha ruotato sull’andamento delle variabili in vigore nel triennio di applicazione del nuovo accordo e ha messo a confronto importanti valori.

Dai bilanci aziendali sono state ricavate sei componenti: 1) valori di produzione, in pratica fatturato (ricavi vendite e prestazioni, rimanenze prodotti, variazione lavori, totale variazioni, incrementi immobiliari, altri ricavi in conto esercizio); 2) valore aggiunto (ricchezza prodotta in azienda); 3) costi del personale comprensivi di salari oltre che di oneri Inps e Inail; 4) totale ammortamenti (di solito comprendono investimenti e beni necessari alla produzione); 5) imposte sul reddito corrente, differito e anticipato; 6) utile/perdita di esercizio.

I primi tre indici fanno riferimento a tutte le aziende con almeno un dipendente pari a 695 imprese.

Utilizzando immagini, grafici e soprattutto dati numerici, risulta che nel quadriennio in esame i valori di produzione sono cresciuti del 30,6% per un importo di circa 2 miliardi e 143 milioni in più. Erano infatti di 6 miliardi e 992 milioni nel 2015 e hanno raggiunto i 9 miliardi e 135 milioni nel 2018. Il valore aggiunto è passato così da 1 miliardo e 857 milioni a 2 miliardi e 450 milioni, una differenza di 592 milioni con incremento del 31,9%. Nello stesso periodo il costo del lavoro è invece cresciuto del 24,4% (+286 milioni) raggiungendo 1 miliardo e 455 milioni (erano 1 miliardo e 169 milioni). A guadagnarne è stato dunque soprattutto l’utile netto che è salito addirittura del 75% aumentando di 259 milioni di euro (da 344 a 604 milioni).

Ecco poi altri tre indici riferiti alle aziende con almeno 15 dipendenti che nel Reggiano sono 357.

Anche qua il valore di produzione è salito del 29,9% (pari a circa 1,9 miliardi in più) e il costo del lavoro è cresciuto solo del 24,1%. Le imposte sono poi salite del 22,6%. Il tutto ben al di sotto degli utili netti che sono passati da 323 milioni a 561 crescendo di 237 milioni: il 73,2%. Per finire con gli ammortamenti (in gran parte investimenti in beni, tecnologie, impianti) aumentati di 29 milioni: + 23,6%. Un terzo campione è stato infine svolto su tutte le aziende reggiane (116) che nell’ultimo quadriennio hanno rinnovato il contratto aziendale e le variazioni sono pressoché analoghe. Tutti i dati – hanno concluso i tre relatori – dimostrano in modo inequivocabile che a fronte di un aumento della ricchezza prodotta si è allargata la forbice fra profitti e salari a favore dei primi. Nei prossimi accordi se ne dovrà tener conto. —





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