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Sardine, mito di Narciso e civismo “politico”: quando la piazza strapiena spiazza i partiti

Evaristo Sparvieri
Sardine, mito di Narciso e civismo “politico”: quando la piazza strapiena spiazza i partiti

La regola di non portare bandiere è stata rispettata anche a Reggio ma l’alibi dell’assenza di simboli rischia di essere fatale per tutti 

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REGGIO EMILIA. Cinquemila, seimila, settemila, ottomila, novemila, diecimila. Qualcuno azzarda tredicimila. Il successo di piazza è innegabile. Ma, di là dai partecipanti effettivi, le sardine reggiane che sabato hanno invaso piazza Prampolini hanno lasciato sul campo contraddizioni e interrogativi. Nessuna bandiera e nessun partito, è stato ripetuto più volte dal palco, sebbene sia risaputo che gli organizzatori dell’evento reggiano siano in qualche modo vicini al Pd. Per indole, tessera,interesse o semplice spirito di partecipazione a una protesta anti-salviniana che, scendendo meritoriamente in piazza contro l’odio e le discriminazioni della politica e della comunicazione leghista, ha unito sotto un unico simbolo (la sardina, appunto) una galassia di sigle deposte nel cimitero della sinistra e del centrosinistra italiano. Sigle che paradossalmente si considerano vive e vegete, visto che si dicono pronte a correre per le prossime regionali. Ma le cui bandiere sono state ammainate per una sera. Il prezzo del successo.

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PARTY&PARTITI

In piazza c’erano tutti: amministratori, politici di ogni grado, militanti, semplici cittadini. Volti noti (molti) e sconosciuti (ancor di più). Un’inversione di ruoli. Ma essere apartitici può essere considerato davvero un valore? La politica in senso lato nel discorso di Mattia Santori (il 32enne fondatore del movimento bolognese) non è mancata, così come un’anonima indicazione di voto (facilmente intuibile, quanto meno per esclusione). Ma i discorsi dal palco, oltre a innegabili canti “universali” come l’inno nazionale e Bella Ciao, hanno viaggiato per lo più su canali superficiali, intendendo con il termine non una connotazione negativa, quanto etimologica: la superficie di un anti-salvinismo coagulante, che prima d’ora – nel nome di una superiorità “morale” e istituzionale – era stato lasciato appannaggio solo dei centri sociali, gli unici a scendere quasi sistematicamente in piazza contro la Lega, con spirito diverso rispetto alle sardine ma con uguale obiettivo: contestare ciò che non piace.

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PROFONDITA'

Un anti-salvinismo di superficie che solo il futuro dirà se sia o meno capace di strutturarsi in una profondità di pensiero politico. Quella politica che si alimenta di ideali come quelli espressi nella piazza, ma che di fatto si concretizza in prese di posizione dove necessariamente i temi – presi singolarmente – devono avere una risposta puntuale: ambiente, immigrazione, lavoro, per dirne alcuni. Se vogliamo, anche candidature. È qui che la sardina rischia di sfilettarsi. Come è profondo il mare….

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L’ALIBI

Dalla piazza nessuna risposta a questi quesiti. E l’assenza di bandiere in qualche modo rappresenta un alibi splendente. Sia per i partiti sia per i manifestanti. Un piede in due scarpe. Il civismo, inteso in questo modo, non è una soluzione. È un limite. E, a dirla tutta, non è neanche quello che sembrano chiedere gli organizzatori della manifestazione bolognese, che dal palco di piazza Maggiore hanno chiamato la politica alle proprie responsabilità, in un discorso sorprendentemente costruttivo e riabilitativo per i cosiddetti politici di mestiere, portando quindi in piazza un civismo “impuro”, politicizzato in partenza, semplicemente epurato solo dai simboli di partito che pure lo alimentano sottotraccia e ai quali si rivolge esplicitamente. Sotto questo aspetto, il civismo delle sardine è una responsabilizzazione a metà. O una deresponsabilizzazione. Anche e soprattutto per i partiti stessi, che si rincuorano di avere un popolo con cui condividono ideali, pagando però l’obolo della deposizione della bandiera.

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SENZA OSSIGENO

Un danno. O comunque una rinuncia. Un “non detto”, una mano che tira la pietra e poi si nasconde. Una sinfonia incompiuta. Una via di fuga. Uno specchio d’acqua piovana in cui rimirare la propria bellezza salvo poi disperarsene e rischiare di morire, come Narciso, vissuto nella profezia di Tiresia fino a quando non ha conosciuto se stesso. Una scelta fatale e di comodo tanto più deleteria quanto più la si analizza davanti alla cosiddetta crisi storica dei partiti, nata sull’onda delle istanze originarie di quel M5s con cui ora si sprecano i paragoni e – soprattutto – i distinguo: un movimento finito per diventare a sua volta un partito che di innovativo adesso ha solo il voto online su Rousseau, trasformato per il resto in pura nomenclatura e distanziandosi progressivamente proprio da quelle piazze considerate “civiche” all’epoca dei Vaffa day, dove si vantavano di essere quasi esclusivi rappresentanti i cittadini. Preistoria.

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CORAGGIO E TITUBANZE

Le piazze, in particolare la piazza reggiana, riempiendosi di sardine hanno quindi soprattutto cercato di ridefinire uno spazio di per sé smarrito ma già esistente. Piazze piene sì di entusiasmo, ma innescate dalla delusione e dalla titubanza di essere partiticamente se stessi. Bisogna avere il coraggio della propria bandiera. Anche quando minoritaria o fuorimoda. E bisogna avere il coraggio di esporla accanto a un’altra con cui non si condivide granché, se non l’avversario. Partiticamente e partigianamente (che poi hanno la stessa radice). La Lega questo coraggio ce l’ha, anche a due passi dalle piazze che la contestano. Lo ha avuto in tempi di magra. Ed è questo che è alla base del suo attuale successo e del fastidio di Salvini verso chi ora ne oscura l’immagine.

COMPOSIZIONI

Ricorrendo a una metafora plastica, l’aggregazione non è un’arte “per forza di levare”, ma “per via di porre”. E allora il Pd? E gli altri partiti di sinistra e centrosinistra? Escano dalla contraddizione. Si smarchino. Portino la loro bandiera ovunque, anche a costo di venire sfrattati dalle sardine, che di regole ne hanno una, ma sono capaci di dettarla a statuti su statuti. Oppure gli esponenti attivi politicamente in qualche partito evitino di scendere in piazza mascherandosi da semplici cittadini. Non è un appello, né un consiglio. Forse è utopia, di certo nostalgia. Ed è riaffermazione di un’identità (nella speranza che ci sia), ora trascinata anonimamente verso la foce dalla corrente di quel fiume di cui dovrebbero essere sorgente. Chi fa politica nei partiti dovrebbe saperlo: non si vive purtroppo di soli ideali. Troppi gli interessi in gioco. E le sardine in fondo sono lì per ricordarci solo una cosa: “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, direbbe il poeta (cit.). —

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