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Aemilia “esportata” in Veneto in ballo un altro maxi processo

Enrico Lorenzo Tidona
Aemilia “esportata” in Veneto in ballo un altro maxi processo

Botte per spolpare aziende: chiuse le indagini dell’inchiesta sul clan Bolognino Legati alla criminalità organizzata cresciuta a Reggio 23 dei 54 indagati

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«Guarda che se non vai dal notaio ti ci porto… o coricato o in piedi». Sergio Bolognino minacciava così un imprenditore di Vigonza (Padova) per ottenere la cessione del 50% delle quote della sua società. Sergio è il fratello più giovane di Michele, con il quale è riuscito a esportare il modello criminale di Aemilia – coltivato nei decenni a Reggio Emilia – fino in Veneto, regione quest’ultima dove ci sarà un nuovo maxi processo contro la ’ndrangheta al nord e nel quale rischiano di finire i 54 indagati per i quali sono state chiuse in queste ore le indagini dell’inchiesta Camaleonte.

LA MATRICE REGGIANA

Ben 23 di questi indagati sono nomi noti a Reggio Emilia, teste di legno per false fatturazioni o condannati nel maxi processo Aemilia (oltre 200 imputati). Al vertice dell’associazione in Veneto c’è Michele Bolognino, capo famiglia condannato nel primo grado di Aemilia a 20 anni e 7 mesi nel rito ordinario più altri 17 anni e 4 mesi per il reato di associazione a delinquere.

L’operazione di Venezia nel marzo scorso aveva portato all’arresto di 27 persone appartenenti sempre a un’organizzazione considerata sempre di matrice ’ndraghetista operante in Veneto, facente capo alla nota cosca cutrese “Grande Aracri” per il tramite proprio degli imputati di Aemilia, giunti a Padova e dintorni. L’indagine aveva condotto all’applicazione di provvedimenti cautelari patrimoniali, per oltre 18 milioni.

NUOVE PISTE

Non solo: le successive indagini coordinate dall’antimafia di Venezia hanno consentito di raccogliere ulteriori importanti conferme che hanno consentito la contestazione, nei confronti di taluni degli indagati, di un’ulteriore ipotesi di associazione finalizzata alla commissione di reati fiscali e riciclaggio, aggravata dalla finalità di favorire il sodalizio di stampo ’ndranghetista.

L’INVASIONE AL NORD

«Tu devi fare quello che ti dico io... se non fai quello che dico io ti spacco le gambe... Ti spacco la testa... tu e la puttana di tua moglie dovete lavorare per me e stare zitti... dovete compiacere la nostra famiglia». Queste sono altre minacce – riportate nelle carte – sotto il segno dei fratelli Bolognino, definiti un clan nel clan, con Michele che ha davanti a sè altri due gradi di giudizio in Aemilia ma rischia un altro pesante processo.

Prima che scattassero le manette di Aemilia (il 29 gennaio 2015), con il fratello Sergio ha stabilito affari nell’edilizia e acquisito aziende fino in Veneto, valvola di sfogo per i Bolognino, visto che a Reggio Emilia e dintorni c’era una folta concorrenza sotto l’egida della ’ndrangheta marchiata Grande Aracri, il capo dei capi. Così, per farsi consegnare l’azienda da una famiglia di imprenditori di Galliera Veneta, in provincia di Padova, nel 2012 i fratelli Bolognino non sono andati certo per il sottile con le minacce.

I NOMI DEI “REGGIANI”

Tra gli indagati in Camaleonte, giunti dai filoni delle inchieste reggiane, ci sono personaggi di spicco della criminalità come Gaetano Blasco (condannato a 21 anni più altri 17 in abbreviato, qui indagato per la vicinanza a Bolognino), Gianni Floro Vito (qui accusato di ricettazione, condannato in Aemilia a 6 anni più altri 14 anni) e Giuseppe Richichi (9 anni). Quest’ultimo è il braccio operativo di Michele Bolognino, il quale poteva contare sul fratello minore Sergio (protagonista del processo nell’aula bunker di Reggio Emilia) che viveva sin dal 2001 in Veneto, vedetta pronta a intercettare aziende in difficoltà, rilevate poi tramite Donato Agostino Clausi (il commercialista di fiducia, già condannato in Cassazione in Aemilia a 10 anni e 4 mesi di carcere) passando per violenze mai viste nemmeno in Aemilia. Ma tra gli indagati “reggiani” ci sono anche Karima Baachaoui (latitante vicina a Blasco), Antonio Brugnano, Marco Carretti, Carmine Colacino, Giuseppe De Luca, il pentito Pino Giglio e il figlio Giulio, Sergio Lonetti, Vincenzio Marchio, Antonio Mazzei, Mario Megna, Antonio Muto, Salvatore Paolini, Francesco Scida, Mario Vulcano e Valter Zangari. C’è anche Salvatore Innocenti, punto di contatto tra il clan reggiano-veneto e l’inchiesta reggiana “Billions” nata dall’inchiesta “House of Card’s”. Il suo nucleo familiare sarebbe stato in grado di generare da solo false fatturazioni stimate in circa 22 degli 80 milioni complessivi di “Billions”. Soldi facili diventati un filo rosso.—



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