Delitto di Rondinara, la difesa sceglie il giudizio abbreviato
Giampietro Guidotti sparò all’amico Giorgio Campani dentro al Blue Bar Il processo al via il 20 dicembre davanti al gip Ramponi, 8 mesi dopo l’omicidio
Entra nel vivo, dal punto di vista giudiziario, il processo per omicidio premeditato a carico di Giampietro Guidotti, 58 anni, detto “Picchio”, che il 15 aprile scorso ammazzò l’amico Giorgio Campani, di due anni più vecchio, sparandogli in testa al “Blue Bar” di Rondinara.
Le indagini preliminari si sono concluse e il pm Giacomo Forte ha chiesto il giudizio immediato. Da parte loro gli avvocati difensori dell’omicida, Mariaemma Ghidoni di Reggio Emilia e Paola Cagossi del Foro di Bologna, com’è nelle loro facoltà, hanno avanzato la richiesta di rito abbreviato. L’udienza, che si terrà davanti al gip Luca Ramponi, è stata fissata per il 20 dicembre prossimo. Sarà presente l’avvocato Lalla Gherpelli, che rappresenta le quattro parti offese, i familiari della vittima: la figlia, l’ex moglie, il fratello Amilcare e la sorella Ines. Al momento solo la figlia, Sara Campani, è fermamente intenzionata a costituirsi parte civile.
La mossa difensiva punta ovviamente sullo sconto di un terzo della pena assicurato dall’abbreviato. Guidotti è accusato di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, oltre che dal porto abusivo d’arma in luogo pubblico.
Un delitto che, sulla carta, potrebbe costare perfino l’ergastolo. Non sarà questo il caso: nonostante le aggravanti contestate, il riconoscimento della seminfermità mentale, insieme alla riduzione di un terzo del giudizio abbreviato, potrebbero alleggerire sensibilmente la base di partenza al fine del computo della condanna del reo confesso.
Il primo punto a suo favore la difesa l’ha messo a segno nell’ottobre scorso, quando è arrivato l’esito della perizia psichiatrica (chiesta dai legali di Guidotti con parere favorevole del pm) eseguita dal dottor Giuseppe Cupello. Secondo il perito Guidotti era «parzialmente capace di intendere e di volere» al momento dell’omicidio: una conclusione in netto contrasto con due certificati medici che, circa un anno prima, avevano portato il 58enne a ottenere il porto d’armi.
Sulle risultanze della perizia può aver pesato lo stato d’animo particolare che scatenò la furia omicida quel giorno maledetto. Secondo quanto ricostruito Guidotti era convinto che il padre fosse morto. Dopo la scomparsa della figlia presso la quale viveva, l’anziano era tornato nella casa di famiglia a Borgo Visignolo, dove abitava con Giampietro. I due erano rimasti soli e erano molto legati.
Il 15 aprile l’agricoltore, prima di andare al bar di Rondinara, si era recato in ospedale al capezzale dell’anziano genitore. E subito dopo si era fermato all’agenzia delle onoranze funebri Giubbini per chiedere informazioni sui preparativi del funerale per il padre: come se il decesso fosse imminente.
Tanto che il 58enne, dopo il colloquio con le onoranze, si era recato al negozio di abbigliamento Cocchi, in centro, a comprare un abito elegante destinato all’addio al 98enne.
Giampietro Guidotti quindi si era rimesso in marcia verso casa, quando sulla strada aveva deciso di fermarsi al bar.
Senza dire una parola si era avvicinato a Giorgio Campani, posizionandosi alle sue spalle ma leggermente spostato di lato, e a distanza di circa un metro gli aveva sparato con un revolver 38 Special alla tempia.
Un solo, fatale, colpo, davanti agli occhi allibiti dei clienti e conoscenti.
Perché uccidere quello che era un amico fin da bambini? Subito dopo l’arresto dell’omicida perfino i carabinieri avevano faticato a stabilire il movente, tanto che si sono fatte le ipotesi più diverse: da un attrito dovuto ad una donna ad un diverbio per terreni confinanti.
«Nei colloqui in carcere è emerso tutto il disagio di Guidotti – avevano in seguito dichiarato i difensori – In questa vicenda non c’è gossip, bensì il dramma di un uomo dall’equilibrio precario». —
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