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Arte e tesori nascosti di Reggio in mostra con la Lonely Planet

Ambra Prati
Arte e tesori nascosti di Reggio in mostra con la Lonely Planet

Intervista a Remo Carulli, autore per la nostra provincia della Bibbia dei viaggiatori «Collezione Maramotti: che non abbia una risonanza internazionale è un delitto»

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I ponti e la stazione di Calatrava per l’architettura, la Bassa con la sua tradizione, l’Appennino, ma anche «il centro storico con le tre piazze» e «la collezione di arte contemporanea Maramotti: che non abbia una risonanza internazionale è un delitto». È la Reggio Emilia vista con gli occhi di un turista. Un turista non per caso, visto che Remo Carulli, 39enne torinese, è uno dei cinque autori della guida Lonely Planet dedicata all’Emilia-Romagna, in uscita nelle librerie il 5 dicembre. Carulli, già autore della Bibbia del viaggiatore per l’Italia (ha curato l’Umbria, Matera e la Basilicata, il Piemonte), si è occupato di Ravenna e Reggio Emilia.

Come ha trovato la nostra città?

«Sorprendente, non c’ero mai stato. Mi ha sorpreso non solo la città ma soprattutto la varietà della provincia: in pochi chilometri quadrati sono concentrati borghi molto diversi tra di loro».

Eppure Reggio ha un complesso di inferiorità rispetto ai “vicini”. Siamo ai margini di un circuito?

«Queste sono le logiche del turismo, che rispondono a molteplici fattori. Tuttavia avete grandi potenzialità. Il capoluogo in sé l’ho trovato veramente da valorizzare. Anche senza Calatrava il centro storico ha il suo fascino: la piazza dei teatri è un segno di riconoscimento, San Prospero, il Duomo, la Ghiara. E l’aspetto artistico, che per me è fondamentale, è ricco: in Ghiara ci sono i grandi del Seicento, in San Prospero Camillo Campi. Reggio ha più tesori di quel che si potrebbe supporre, il mio iniziale scetticismo è subito sparito. Manca forse un singolo monumento o un artista di spicco, come può essere il Correggio per l’omonimo territorio».

Sulla provincia?

«Ce n’è per tutti i gusti. L’Appennino l’ho visitato sia d’inverno sia d’estate. È ovvio che non può competere con le località sciistiche: la sua caratteristica è che è rimasto selvaggio e intatto. Oltre al simbolo della Pietra di Bismantova, citata da Dante, è una montagna quieta e meditativa, con piccoli borghi persi nel tempo, che si presta ad un turismo slow. Il castello di Matilde ha una potenza evocativa incredibile. Tra i Comuni mi ha colpito Gualtieri: arrivando dalla campagna l’improvviso l’aprirsi della piazza. A me ha colpito Castellarano: la luce nella camminata in centro storico».

Non esattamente un luogo main stream. Nella guida ha dato molto spazio a Brescello e al Po. Se dovesse fare una graduatoria dei Comuni?

«Le capitali rinascimentali: Correggio (è stato il mio punto di partenza), Guastalla, Gualtieri, Bismantova, Canossa, Scandiano, Novellara».

E il filone gastronomico, al quale dedicate molto spazio, citando «lo strepitoso zafferano prodotto sul Monte Ventasso»?

«In tutta l’Emilia si percepisce la cultura del cibo, che è una cosa seria. Sono rientrato con un paio di chili in più. Sono appassionato di vino e ho apprezzato la Spergola e il Lambrusco. Non conoscevo invece l’aceto balsamico: notevoli le acetaie a Scandiano e le latterie in Appennino. Poi le mille varianti dell’erbazzone. Mi è rimasto impresso un ristorante tradizionale di Rubiera, che non cito per non fare torto ad altri».

Un aspetto negativo, per non cadere nell’agiografia?

«Si deve migliorare (non solo nel reggiano, l’ho riscontrato in ogni viaggio) l’accessibilità. Quando arrivo in un territorio per prima cosa contatto l’Ufficio Turismo, per farmi aprire i siti: la giornata dell’autore di guide è serrata e non ci si può permettere di tornare. Mi è stato aperto il teatro Valli, così come la Rocca di Novellara, visitabile solo di domenica. Certo che le aperture perenni sono un costo, ma occorre sforzarsi. A proposito: so che una banca ha una notevole collezione d’arte, perché non è accessibile al pubblico?». —



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